Magazine Lunedì 28 luglio 2014

Parole di Terra, l'iniziazione africana di Pierre Rabhi

© slack12 / flickr.com

Magazine - La vecchia non smetteva di guardare davanti a sé. Tutti i giorni, usciva davanti alla sua casa, si sedeva a terra e guardava come se stesse aspettando l’arrivo di qualcosa sulla strada, oppure dalla montagna laggiù, più lontano.
Ci sono giorni in cui la montagna non la si vede affatto, perché la polvere ricopre tutto. Il vento soffia, la polvere sale e non si riesce più a vedere neanche il sole. Ci sono giorni in cui il calore è tremendo, e poi, l’inverno fa freddo. Ma tutti i giorni la vecchia Mekà esce dalla sua casa e guarda il deserto.

Quando non c’è la polvere, si vedono alberi malaticci, si potrebbe dire che il buon Dio non avesse abbastanza semenze per farli crescere e quindi ce n’è uno qui e un altro là. Guardando quegli alberi, si capisce che non bevono a sufficienza. È vero che non bevono a sufficienza. Noi altri, quando abbiamo sete, andiamo a prendere l’acqua al pozzo oppure allo stagno, gli animali fanno come noi. Ma questi alberi, poveretti, non possono camminare e sono lì, con le loro foglie coperte di polvere e le loro spine, a volte. Gli animali vengono, mangiano molte delle loro foglie e rompono molti dei loro rami. Gli alberi non urlano, non piangono. La vecchia Mekà dice che gli alberi piangono. Ma aveva la testa un po,sottosopra.

È vero, bisogna capirla, ha avuto otto bambini, sono partiti tutti verso il grande villaggio [la città] l’anno scorso. Suo marito è morto vecchio, rotto, con le mani indurite dai manici delle zappe e delle roncole. Tutto il suo corpo era diventato secco e un po' storto ma quando guardava qualcuno, allora lì, caro mio, gli occhi, non potevi rimanere tranquillo davanti ai suoi occhi. La sua bocca non diceva nulla. I suoi occhi dicevano: «Sì, sono povero, ma non sono schiavo di nessuno». Tutto il suo corpo era nodoso, ma la sua testa era dritta. Quando la compagnia ha costruito la diga di Danì, i figli sono andati col camion a lavorare, tornavano di tanto in tanto e poi sono partiti per un tempo più lungo e quando tornavano dicevano che con larzan [forma fonetica del francese l’argent, in seguito tradotto con denaro, ndt] avrebbero potuto vivere bene e inviarne ai vecchi.

È vero, un giorno, hanno ricevuto del denaro. Il vecchio lo ha dato a sua moglie e la moglie lo ha ridato a lui. Lui lo ha appoggiato sul bordo della finestra, quindi ci ha messo sopra una pietra così che il vento non lo portasse via e il denaro è rimasto lì, né dentro né fuori. I vecchi non sapevano cosa farsene. Un giorno è sparito. Io ero dai vecchi: non hanno detto niente. Nella loro casa non c’erano molte cose e i muri di terra si spaccavano in certi punti. Ma la vecchia, ogni sera, puliva il pavimento, scuoteva le stuoie e ordinava la casa come se aspettasse degli invitati. Dopo, si sedeva davanti alla porta e guardava il deserto.

Suo marito un giorno le disse: «Sto per lasciarti. Dio mi chiama. Io volevo rimanere con te, ma non si discute con la volontà di Dio». Allora, il vecchio Kafà si coricò, disse a sua moglie di dargli la mano. Rimasero a lungo mano nella mano, senza parlare. Non parlarono.
Fuori, il vento soffiava e la casa era come una canna nella bocca di un pastore. La casa cantava. Io non credevo che la casa potesse cantare, ma è vero, ha cantato. Quando la mano del vecchio Kafà non ha più stretto la mano della vecchia Mekà, la vecchia ha lanciato un piccolo grido, ma non si è mossa.
Il vento faceva muovere il vassoio di rame appeso al muro e il vassoio faceva un po,di rumore, tutto qua. La gente del villaggio è venuta per preparare il vecchio e metterlo sotto terra. C’erano molti vecchi al funerale, perché i giovani sono andati via tutti. Io ero rimasto con la vecchia perché era mia zia, mi aveva cresciuto come un figlio e non volevo partire e lasciarla sola.

Quando, qualche volta, uno dei figli veniva, era vestito alla moderna, con i copriocchi [occhiali da sole, ndt]. Aveva braccialetti che dicono quanto tempo è passato. I figli venivano su motorette, rumorose e molto veloci. Un giorno ne ho toccato una e mi ha bruciato la mano, come quando rubo la carne dalla pentola bollente. Ogni volta i figli dicevano alla madre di andare con loro nel grande villaggio, ma lei diceva di no. Alcuni si arrabbiavano, come Tobì, il figlio più grande. La vecchia non diceva niente. E Tobì se ne andava sul suo asino di ferro. Io avevo sempre paura dei suoi figli perché parlavano male.

Ce n’è uno, Sina, che mi ha dato un colpo perché avevo fatto cadere la sua radiolina. La gente che c’era dentro ha smesso di parlare quando la scatola è caduta, ma poi ha ripreso e io ero contento perché Sina aveva la faccia stropicciata e gli occhi appuntiti. Mi ha detto: «Sei fortunato». Poi è partito.
Ogni volta i figli davano denaro alla vecchia, ma la vecchia lo poggiava sulla finestra e veniva rubato. I figli amavano la madre e volevano sapere se era arrabbiata perché si erano trasferiti al grande villaggio. La vecchia Mekà non diceva se era arrabbiata oppure no, ma chiedeva a Dio di proteggere i suoi figli. E ogni giorno si rimetteva a guardare il deserto con i suoi occhi quasi ciechi.

Io continuavo ad accudire le nostre due capre, le portavo a pascolare. Non volevo che mangiassero le foglie degli alberi malaticci ma non c’era niente altro. Allora cercavo di spingerle affinché prendessero un po' di foglie da ogni albero, non tutte dallo stesso.
A ogni passo che facevo, i miei piedi alzavano la polvere. Andavo lontano, quasi fino alla montagna e da lì vedevo la casa. Assomigliava a un grande bufalo bruno coricato in mezzo a un grande campo secco.
L’anno scorso avevamo quattro capre, ma due sono morte, forse avvelenate, però erano anche vecchie. La sera riportavo le capre e prendevo loro del latte. Mia zia Mekà preparava del latte cagliato. Annaffiavo l’orto dove crescevano cipolle, rape e cavoli, ocra e fagiolini. Non c’era molta acqua nel pozzo, bisognava aspettare almeno tre giorni prima di poter annaffiare nuovamente.

Ogni tanto lo zio Sarindì veniva a visitare mia zia Mekà. Parlavano un po', non molto. Lo zio Sarindì, quando era giovane, aveva dei cammelli per portare il sale, la legna, il grano. Portava anche delle notizie. Molta gente amava parlare con lui perché aveva molte cose da raccontare. Raccontava lentamente e a volte non diceva nulla per fare sì che la gente gli chiedesse di continuare. Allora chiudeva gli occhi e la gente si tratteneva persino dal tossire. Adesso lo zio Sarindì non ha più cammelli e non ha più niente da raccontare. Rimaneva vicino a sua sorella e tutti e due non parlavano molto. Mia zia faceva bollire l’acqua e preparava del tè. Allora si sentiva solo il rumore delle loro bocche e della lingua mentre sorbivano il tè. Anche io ne ricevevo un bicchiere o due.
Lo zio Sarindì mi metteva la mano sulla testa per dirmi buongiorno e arrivederci. La sua mano era calda e sentivo il suo anello. Quando partiva mi diceva: Stai attento alla vecchia zia e obbedisci.

di Pierre Rabhi

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