Magazine Venerdì 27 giugno 2014

Bonatti e Messner, incomprensioni e rivalità ad alta quota

Alberto Pezzini intervista Rossana Podestà e Sandro Filippini

Questa intervista è stata rilasciata ad Alberto Pezzini da Rossana Podestà il 19 ottobre 2013, a Bressanone, all'Hotel Elephant, insieme a Sandro Filippini.
La compagna di Bonatti sarebbe morta meno di due mesi dopo, il 10 dicembre 2013.

Magazine - Parlare di Walter Bonatti oggi è difficile. Sono passati gli anni e su di lui si è scritto tantissimo. Scrivere un libro nuovo è quasi impossibile. Cosa c’è da aggiungere alla sua storia che non sia già stato detto ?

Eppure un giornalista ed un grande alpinista sono riusciti a raccontare di nuovo Walter Bonatti, riconoscendogli una dimensione parallela, nata dal rapporto di fratellanza inconfessato che li legava a filo doppio.
Ne è venuto fuori Il fratello che non sapevo di avere (Mondadori, 279 pp., 24,90 Eur), scritto a quattro mani da Reinhold Messner e dal giornalista della Rosea Sandro Filippini.

Un libro intimo, che è andato a sbrogliare l’unico mistero che fosse ancora rimasto inesplorato dell’universo bonattiano, il suo rapporto di odio-amore con Messner.
Tutto cominciò con una dedica, nel 1971, scritta da Walter nel suo libro I giorni grandi, che pensava sarebbe stato l’ultimo. Messner non risponderà e Bonatti se la legherà al dito per un po'.
Poi verranno le polemiche tra di loro a causa delle sponsorizzazioni.

Alp ospiterà i loro argomenti, le loro opinioni in competizione. Bonatti non perdonava a Messner di subire in qualche modo i condizionamenti che finivano per derivare dagli sponsor. Messner – memore anche del fatto che nel 1956 Bonatti avesse dovuto rinunciare ad un K2 in solitaria per mancanza di mezzi finanziari adeguati – difendeva la sua posizione facendo presente di aver sempre pagato le spedizioni di tasca sua e di non aver mai avuto come sponsor il CAI o lo Stato.

Non si capivano. Poi arrivarono i primo segnali di disgelo. Sul Monte Ritte, nel 2004, si parlarono per la prima volta, dopo tanti anni di silenzio. Si compresero, si rivelarono. Fu come lo scioglimento di due ghiacciai che vanno verso lo stesso mare salato.
Le lacrime di montagna sono composte di acqua e sale, quello del sudore che si impasta con il ghiaccio della notte, della disperazione.

Di un rapporto così importante per l’alpinismo italiano, abbiamo chiesto conto sia a Sandro Filippini che a Rosanna Podestà, compagna di Walter Bonatti.
Una annotazione curiosa. Per tutta l’intervista Rossana Podestà ha parlato al presente di Walter Bonatti, del suo Walter.

Signora Podestà, quanto ha influito la solitudine sull’uomo Walter Bonatti?
«Walter è nato solo. Da piccolo è stato costretto ad allontanarsi dalla sua mamma, che era dovuta andare lontano a trovare lavoro. Perciò ha dovuto badare a se stesso. Quando si trovava sul Po, nella sua infanzia, Walter aveva cominciato ad allenare il suo istinto, quello che poi lo salverà in tante situazioni estreme. Faceva calcoli, nella sua mente. Per attraversare il fiume da una sponda all’altra univa i legni che la corrente trascinava, li intrecciava come una zattera e poi guadava. Tutto da solo. La solitudine ha finito per temprarlo. Lo ha preparato a quanto avrebbe sentito sulla montagna, a sopportare i rintocchi della disperazione in parete, quando le giornate sembravano non finire mai e la disperazione una compagna di zaino».

Lei parla di istinto. È per questo che Bonatti è sempre sopravvissuto a situazioni estreme, da dove in realtà era perfino inumano pensare un ritorno?
«Walter diceva sempre che l’uomo è un animale addomesticato. L’uomo va a mangiare nei ristoranti dove trova il cibo pronto, passeggia per strada e si ferma davanti ad un semaforo: subisce una pioggia di condizionamenti esterni e così finisce per perdere il contatto con la sua animalità. È per quello che si è sempre salvato. Perché Walter aveva la capacità di ascoltare ancora qualcosa di ancestrale, che sapeva interpretare meglio degli altri: l’istinto. Forse perché quando siamo soli, sentiamo meglio la nostra voce».

Dino Buzzati scrisse un articolo dal titolo Non mi perdonano di essere tornato vivo (1961, Corriere della Sera), in cui ha saputo valorizzare questo aspetto: molti morivano ma Walter no, lui tornava sempre, era non solo un masochista celeste come lo definì Giorgio Bocca, ma anche uno che sapeva fiutare il soffio della valanga almeno con dieci lunghezze d’anticipo.
«Ma guardi, Walter si salvava non perché avesse la stellina d’argento sopra la testa. Sapeva ascoltare la montagna. Le dico quello che lui ripeteva sempre. La montagna non ha alcuna intenzione di ucciderti, perché mai lo dovrebbe fare? Se la sai ascoltare, e capire, ti invia tutta una serie di segnali. Credo che – come dicevamo prima – la sua solitudine avesse finito non soltanto per temprarlo moralmente ma soprattutto per esaltare questa sua dote di ascolto. Con me non litigo mai, lo ripeteva sempre».

Perché secondo te, Sandro, Messner non rispose alla dedica di Walter Bonatti nel 1971?
«Credo francamente che non abbia avuto neanche il tempo. Era un momento in cui stava affrontando una svolta della sua vita. Aveva appena subito un’amputazione per i congelamenti del Nanga Parbat e stava cercando di capire come fare per tornare lo stesso a quota 8000. Era fissatissimo in quel periodo, non pensava a null'altro. Sarebbe bastato che il suo manager dell’epoca buttasse giù una risposta e gliela facesse firmare. Non c’è stato nulla di personale, soltanto un uomo che correva in continuazione».

Da lì è nato un equivoco, un’incomprensione durata anni, però.
«Purtroppo si, anche perché tutti e due non avevano persone intorno che cercassero di ottenerne un avvicinamento. Siccome erano due alpinisti incredibili, rivoluzionari nel loro genere, forse l’invidia che attorno ai due era palpabile ha sempre cercato di tenerli separati. Uniti facevano paura a tutti».

Poi come è avvenuta la riconciliazione? Mi risponde lei Signora Podestà?
«Volentieri. Premetto di essere una lettrice golosa di quotidiani. Un giorno stavo leggendo la Repubblica quando mi imbattei in una frase di Messner: Io amo Walter Bonatti. Corsi da Walter e gli sbandierai quella dichiarazione sotto gli occhi. Gli dissi, hai visto Walter, te l’avevo detto. Lo vidi trasfigurarsi, sentii la felicità che lo attraversava come una scossa elettrica».
Il disgelo cominciò quel giorno. E non è più finito.

di Alberto Pezzini

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