Magazine Sabato 7 giugno 2014

Dario De Marco, papà a tempo pieno ai tempi della crisi

Magazine - Giornalista napoletano trasferitosi a Torino per dirigere un mensile culturale, Dario De Marco si ritrova invece ad essere papà a tempo pieno nella Ciudad del Norte, sua definizione di Torino. Già, perché può capitare che la crisi porti a cambiamenti sociali che ribaltano il ménage familiare, con una madre impegnata otto ore al giorno al lavoro e il padre temporaneamente disoccupato. Ovvero, per dirla con De Marco, lei sta piena di lavoro fin sopra i capelli e io non ho una mazza o quasi da fare. O meglio, da fare il papà ce l'ha: deve occuparsi della prole.

E scoprirà presto che sua figlia, Patata, gli dà una vera e propria dipendenza. Una dipendenza che lo scrittore ha raccontato prima in un blog e poi nel libro Mia figlia spiegata a mia figlia (LiberAria, 2014, 120 pp., 10 eur).

Scrive a proposito De Marco: «Cosa vuol dire essere dipendenti dalla propria figlia? Vuol dire essere contenti se nel cuore della notte la bambina chiama e per una volta non chiama la mamma ma il papà; vuol dire concentrare tutta la vita di “prima” - lavoro, hobby, relazioni sociali – nelle poche ore di asilo, e trovarsi inaspettatamente senza sapere cosa fare se, ad esempio, una sera lei è andata a dormire dalla nonna. Vuol dire credere che non ci siano distanze, differenze e ruoli e che, se ogni scarrafone è bello a mamma sua, lo stesso vale per il papà».

Quello di De Marco è un racconto ironico che descrive aneddoti e giornate di una famiglia che vede crescere la propria bimba giorno dopo giorno attraverso le sue scoperte. Ma anche quelle di mamma e papà, che si scoprono sempre più simili ai loro genitori, diventati ora nonni, nonostante la rivendicazione di voler essere alternativi e le famose promesse noi non saremo mai come loro.. io con mia figlia farò… Insomma, le promesse che tutti fanno negli anni di ribellione adolescenziale o comunque in momenti in cui la reale possibilità di avere un figlio è pari a zero.

Mia figlia spiegata a mia figlia non è il diario di un papà precario, o di un casalingo disperato, o di un mammo, termine che De Marco rifiuta perché nella sua accezione implica che per la mamma è normale accudire la prole ma non così per il padre. È il racconto di una dipendenza fortuita, la fine del lavoro proprio in contemporanea con la nascita della sua bambina, che si basa su profonde convinzioni etiche: la parità dei diritti e doveri uomo-donna, e quindi papà-mamma; la considerazione dei bambini piccoli come esseri viventi e soggetti in tutto e per tutto, non come degli uomini con qualcosa in meno, degli adulti potenziali.

Ma se pensate che si parli solo di figli, ansie dei genitori su pappette, svezzamento e le loro abilità di bambini normali ma che diventano agli occhi del genitore imprese da supereroi, vi sbagliate perché si parla di figli ovvero di tutti noi. Perché, come spiega lo scrittore, «non tutti siamo genitori, ma tutti siamo figli. Sembra una scemata, ma pensateci: veniamo tutti da lì, nessuno si è autogenerato, o è stato catapultato dallo spazio. Perciò, qui non si parla di paternità, o genitorialità. Si parla dei figli. Si parla di voi».

di Margherita Pozzi

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