Magazine Sabato 31 maggio 2014

Quando la Romagna era il far west

© Kayla Kandzorra / Flickr.com

Magazine - C’è poco da fare, gli indiani dei film western non riuscivamo a chiamarli pellerossa o indiani d’America. Erano indiani e basta. E noi eravamo indiani su biciclette.

Riuscivamo persino a portarne due, di bici, e di quelle alte, da donna o da uomo poco importa. Uno faceva finta di cadere o, se gli andava male, cadeva davvero, un po’ come se gli avessero accoppato il cavallo, perché si era beccato una fiondata nei raggi, e l’altro era già scattato in suo aiuto, con le due bici. La sua la portava senza mani, mentre con la destra teneva la seconda e con la sinistra si riparava con uno scudo di cartone, facendo dei versi che dovevano essere «indiano» ma che spesso erano delle grandi tirate in dialetto, che cominciavano quasi sempre con un – traduco – «che ti venga un male,
sporco yankee».

Chi fosse codesto yankeee perché mai fosse sempre sporco non lo si sapeva più di tanto. Ma insomma, a noi andava bene così, e quando c’erano da far le squadre, eran litigate serie. Nessuno, infatti, voleva fare «lo sporco yankee» e tutti volevano fare «gli indiani». Eran discussioni simili a quella di un film di Tarantino, dove c’è uno che si arrabbia perché deve fare Mister Pink (o Mister Brown) e se la prende con chi invece può fare Mister White e con chi decide i nomi.
Già. I nomi. Che tristezza, i nostri. Li cambiavamo sempre. E più che indiani sembravamo tutti degli orientali, dei cinesi soprattutto. Chi si chiamava Cian, chi Mao, chi Lao, eppure giocavamo agli indiani e, vi giuro, io non sono più stato, in tutta la mia vita, così
cross-cultural.

In bici eravamo instancabili, strade di campagna, viottoli sterrati e statali d’un tempo, prima delle superstrade, sempre sudati il giusto, mai paura del caldo, del sole, che anzi seguivamo come un capo, un dio, uno che ancora ci parlava per davvero, dentro. E mi è rimasto, il sole, dentro, tanto che ancora oggi, per davvero, lo prego e lo saluto. Dico: «Ciao Sole, Dio-Nonna-Amino-Amici, il mio Dna».
Amino, Amino Topolino, è un criceto selvaggio ed essenziale e nella sua splendida A ci sono tutti gli animali cui ho voluto bene e che ho amato e curato ma che ho visto soffrire e morire. Dagli animali, è banale, lo so, ma ho imparato che si muore per davvero. Il mio
lutto è naturale, poco petrarchesco. E la mia Nonna, per me, è una specie di Dante al femminile, una donna che ha attraversato l’inferno del tempo per venirmi a dire e a dare ancora Natura, natura vera, sdrucciola e sdrucciolata: mi ha restituito spazi impossibili correndo nelle cantiche del tempo.

Anche Lei, la mia Nonna, andava in bicicletta, eccome. Andava a Ferrara, in bici, andava in giro per l’Emilia, poi magari faceva un salto in Romagna, prima di ripuntare a Nord, di salire fino a quel Veneto di frontiera che conosceva bene e di rientrare, infine, a Quartiere, quasi a chiudere un cerchio, forse un po’ sbilenco, come, ormai, il cerchione delle ruote.
Non era uno sport, era vita, e anche lontano da casa era vita; e Lei non era mai stanca, sempre sudata il giusto, mai paura del caldo, del sole, e nemmanco della pioggia e della neve. Il ritorno era sempre in atto. Anche adesso, per me, sta sbiciclettando da quelle parti.

Gli Amici sono gli indiani su biciclette, per sempre, anche se non tutti son riusciti a rimanere sempre in sella, ché gli scossoni della vita ne han buttato giù più d’uno; e pure di brutto, certe volte. Per quanto tutti allenati a cadere, anche a far finta di cadere, giusto il tempo di riprender fiato, di riposarsi un po’, qualche amico, qualche indiano, non si è più rialzato.
Forse, paradossalmente, noi tutti si riusciva a star meglio in sella quando avevamo solo sellini, piccoli. Mentre le selle larghe, più comode, dei motorini e delle moto, ne han portati via diversi, degli Amici.
E non è stata – e non è, ancora oggi – una questione di velocità né di bagaglio. Perché eravamo belli carichi, dentro e fuori, giù per discese a superar pure le macchine, eppure niente. L’indiano cadeva ma non moriva, non moriva mai, come nei film western. Scapuzzava, rotolava ma niente.

«Tranquillo – diceva all’amico che lo soccorreva –, è solo un graffio».
«Vuoi tornare al campo, al Quartiere – l’altro, preoccupato per finta e complice come non si è mai più stati complici – o si va a pesce lo stesso?».
«A pesce... e a prugne!».

di Luciano Curreri

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