Magazine Domenica 18 maggio 2014

Enrico Brizzi: «Il ciclismo è la metafora della vita». L'intervista

Enrico Brizzi in sella
© Serena Tommasini Degna

Magazine - Penso che siano veramente pochi i trenta/quarantenni di oggi che non si siano emozionati a leggere le scorribande amorose di Alex.D, il protagonista di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo d'esordio di Enrico Brizzi del 1994. Una storia d'amore scandita dai ritmi adolescenziali del punk di maniera in cui chi più, chi meno si è riconosciuto.

Quando il Frusciante di Brizzi vide le stampe erano gli anni del grunge, degli anfibi portati con orgoglio se sbucciati sulla boccia di ferro, delle magliette raffiguranti i loghi e le facce delle rock band, e della fine del mondo colorato e supponente degli anni 80. Jack Frusciante è uscito dal gruppo ha visto la luce in quel periodo di mezzo che ha sancito la fine di un certo tipo di comunità sociale e che ha lasciato lo spazio all'individualismo digitale dei nostri giorni. In quegli anni Alex pedalava in sella alla sua bicicletta come un Girardengo appena più basso e rock portandoci con lui in quei tornanti in salita che conducevano verso la casa della sua amata Aidi, mentre pedalata dopo pedalata si lasciava dietro l'adolescenza per affrontare l'età adulta con sorpresa e un pizzico di malinconia.

Sono passati vent'anni dalla pubblicazione di quel libro diventato subito cult, ma la passione del suo autore per la bicicletta non sembra essersi arenata. Enrico Brizzi torna il libreria con In piedi sui pedali (Mondadori, 2014, pagg. 158, 10 Eur), un'autobiografia raccontata attraverso la passione per la due ruote a trazione umana che per più di una generazione ha rappresentato la libertà e la voglia di evasione per molti italiani.

Il nuovo romanzo dello scrittore bolognese è un viaggio che comincia dalla sua infanzia vissuta in quel bivio storico che sono stati gli anni '70, nell’ Italia in cui si impazziva ancora per le competizioni ciclistiche e nella quale il nostro Enrico muoveva i primi passi o meglio le prime volate sognando di diventare veloce come Moser il suo velocipedista preferito.
In piedi sui pedali è un libro che non stanca che si legge volentieri, e che capitolo dopo capitolo ci racconta di Enrico Brizzi e anche un po’ di noi, del nostro mondo e della vita che passa pedalata dopo pedalata, curva dopo curva.

In piedi sui pedali è un'autobiografia raccontata attraverso tutte le biciclette che hai amato. Come è nata questa idea? E ci sono biciclette che non hai mai amato?
«Ci sono varie non amate ancora in cantina, perché c'è sempre qualche bicicletta orfana che non ha trovato i sentimenti giusti a differenza delle altre che mi hanno aiutato a scrivere questo libro. L’idea è nata perché vedo il ciclismo, come una metafora della vita. La mia libertà è passata attraverso la bicicletta, fin da quando inforcai la numero uno nel cortile di casa mia. Ho preso la patente a 24 anni, perché i miei genitori erano di quel partito per il quale la macchina bisognava comprarsela una volta grandi ed economicamente stabili. E quindi per me la bicicletta è stata una compagna quotidiana, una porta verso l'avventura, il mezzo con il quale ho esplorato il mondo. Quando sei ragazzo e riesci ad avere 100 km nelle gambe ti senti quasi adulto, riesci ad arrivare nei posti in cui gli altri vanno con la macchina e grazie alle mappe cominci a immaginarti percorsi e itinerari. Ogni percorso è un viaggio e i viaggi sono pieni di incontri come la vita».

La bicicletta raccontata come sinonimo di libertà e di esperienza quindi?
«Esatto, ma non solo. In questo libro ho voluto anche raccontare la mia terra (l'Emilia - Romagna n.d.r) una repubblica di ciclisti dove chiunque aveva una bicicletta. Quando ero piccolo ricordo che chi possedeva una macchina comunque teneva una due ruote in cortile che prendeva per fare le cose che più gli piacevano come andare al bar con gli amici o semplicemente per farsi un giro perché era un mezzo in grado di cambiarti l’umore. Vedevo gente tornare a casa in macchina, prendere la bicicletta andare dall'amante e ritornare con il sorriso sulle labbra scendendo alla bersagliera».

Nel libro racconti anche diversi aneddoti legati al Giro d'Italia che viene descritto come un evento molto sentito dalla gente. Era davvero così?
«Negli anni '70 il ciclismo era molto seguito, se la giocava addirittura con il calcio tanto che   riusciva a guadagnarsi le prime pagine dei giornali anche a discapito del campionato di serie A, scudetti compresi. Io sono cresciuto in un'età di passaggio, nel quale in spiaggia si giocava con le biglie dei ciclisti e nella quale ci si divideva tra tifosi di Moser e di Saronni. Il ciclismo, quando ero piccolo, era ancora un elemento essenziale della cultura popolare. Negli anni purtroppo sono accadute diverse cose che hanno reso questo sport meno pulito allontanandolo dalla gente. Oggi anche le mamme non lo vedono più come uno sport sano che può essere utile al proprio figlio anche perché è risaputo che solo per vincere una gara piccola che non regala né fama né gloria si ricorre a trucchetti particolarmente nocivi per la salute e per lo stesso sport. È comunque da sottolineare che adesso ha ripreso campo l’idea di spostarsi in bicicletta per sposare uno stile di vita più lento e più pensato».

Cosa intendi per stile di vita più lento?
«La mia generazione è nata e ha mosso i primi passi in un mondo caratterizzato dal consumismo sfrenato e da uno stile di vita che si concedeva vizi superflui. Negli anni 80 abbiamo vissuto tutti al di sopra delle nostre possibilità. Abbiamo anche passato momenti di disillusione, come Tangentopoli o la fine dell'impegno sociale cominciato dai nostri genitori nel 68 che non ha dato i frutti sperati, ora però siamo al centro di un rinnovamento. Siamo capaci di condurre una vita più frugale meno superflua. Mi fa piacere vedere amici che anni fa non reputavano una vacanza tale se non prevedevano un aereo, essere contenti di fare un viaggio in bicicletta o a piedi magari sull'Altavia dei monti liguri. E tutto questo non deriva dal fatto che si hanno meno soldi da spendere rispetto a un tempo, ma della consapevolezza che il pianeta è già stato sfruttato abbastanza e che bisogna salvaguardarlo. La mia è una generazione che ha capito quanto sia importante tornare a consumi e stili di vita più sostenibili e la bicicletta è la regina di questo cambiamento».

Più che scrittore, ti piace definire te stesso psicoatleta. Cosa vuol dire?
«Gli psicoatleti sono un club di amici che da dieci anni intraprende percorsi a piedi in giro per l'Italia. È cominciato tutto nel 2004 quando io e mio fratello abbiamo intrapreso un itinerario che mi ha portato da Orbetello a Portonovo d'Ancona. Oggi siamo più di 100 sparsi in tutta Italia, e a scadenze semi regolari ci organizziamo e cominciamo un nuovo percorso. Il viaggio aiuta a pensare, a prendere delle decisioni a fare delle considerazioni. Ho visto amici al bar lamentarsi del lavoro o della propria vita di coppia tornare a casa e non cercare di cambiare la propria situazione. Al contrario, durante i viaggi ho visto persone riflettere sulla propria situazione e cambiarla, anche con scelte drastiche e non scontante o convenienti. Viaggiare ti cambia, ti arricchisce di esperienze e ti avvicina di più a te stesso. Quindi non ci sentiamo atleti nel vero senso della parola perché siamo molto celebrali quindi un po’ psicologi».

Ritornando al tuo ultimo libro c'è un punto in cui racconti cosa è successo dopo la fine della storia d'amore tra Alex e Aidi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Come vedi adesso quel romanzo che ti ha lanciato come scrittore?
«Dopo vent'anni in cui tanti mi chiedevano cosa fosse successo ad Alex dopo la partenza di Aidi, mi sembrava giusto scrivere quel capitoletto che hai letto per fare il punto della situazione. Jack Frusciante è uscito dal gruppo è stata un'opportunità e allo stesso tempo una rivelazione, ha fatto si che diventassi uno scrittore professionista, e io non me lo aspettavo all’epoca. Inoltre, mentre lo scrivevo, ricordo che stavo molto più attento al ritmo della narrazione, perché non pensavo che la trama fosse particolarmente entusiasmante, invece è stato apprezzato proprio perché raccontavo una storia comune, in cui le persone si sono riconosciute. Scrivere quel romanzo mi ha cambiato la vita, ho cominciato a guadagnare i primi soldi, sono andato a vivere da solo e ho iniziato a fare un lavoro che mi piaceva davvero. Nel contempo è stata anche una mezza condanna perché mi ha un po’etichettato. Credo di aver scritto dei libri migliori, ma sia gli editori che il pubblico si aspettavano sempre un Jack Frusciante ma per questo non mi posso certo lamentare».

Hai qualche aneddoto curioso di quel periodo?
«In realtà il mio primo romanzo è stato Bastogne, anche se è stato pubblicato dopo Jack Frusciante è uscito dal gruppo. La storia di Bastogne è più cruda, parla di un gruppo di adolescenti ribelli e un po’ delinquenti. Ricordo che all’epoca del successo di Jack Frusciante ero umanamente più vicino a questi personaggi rispetto al candido Alex, andavo ai rave party e allo stadio. Ovviamente non ero estremo come i protagonisti del libro, ma ero abbastanza libertino per l'epoca. Quindi mi trovavo ad andare in giro a promuovere un romanzo che raccontava una storia casta e pura quando in realtà ero uno scavezzacollo. Ed è li che ho capito che quando vai in un salotto tv a presentare un libro non stai mettendo in gioco te stesso ma solo una parte di te stesso. Le lacrime, il sangue e il sudore te li giochi solo quando scrivi per il resto sei una specie di rappresentante commerciale che si sponsorizza da solo».

Nel 2010 hai scritto il libro La vita quotidiana ai tempi del Silvio nella quale racconti i lunghi meccanismi che hanno portato Berlusconi al potere. Secondo te oggi che l’ex Cavaliere è politicamente in agonia è cambiato qualcosa?
«La fine di Berlusconi è stata un po’ come la fine del fascismo. Dopo vent'anni di camice nere la testa degli italiani non è cambiata da un giorno all'altro ma al contrario qualcosa di quell’esperienza è rimasto. Con il berlusconismo è successa una cosa analoga, basta vedere come oggi per fare politica sia indispensabile stare a proprio agio davanti a una telecamera. Come esempio prenderei la recente storia del Partito Democratico nel quale un leader come Bersani, tipicamente anni settanta, sia stato prima rimpiazzato da Letta, una figura più giovane, e più adatta agli scenari internazionali e poi da Matteo Renzi, che senza entrare nel merito delle idee è un ex concorrente di quiz televisivi. Oggi per un leader politico è molto importante bucare lo schermo e questa è un'eredità sociale che ci lascia Berlusconi».

di Andrea Carozzi

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