Magazine Venerdì 6 settembre 2002

Parole di distanza e senza tempo

Magazine - «Ho voluto raccontare l’emigrazione vista con gli occhi di chi non ha scelto di partire, ma di chi questa scelta l’ha subita». Così, in poche parole, racconta il suo ultimo romanzo, Quando Dio ballava il tango, che si è recentemente aggiudicato il Premio (la cerimonia di premiazione avraà luogo in piazza del Comune ad Alassio sabato 7 settembre alle ore 17.30).

«È un premio che mi dà una grande soddisfazione, perché la concorrenza era di grande spessore. E anche perché la giuria era composta da illustri italianisti che insegnano nelle più importanti università europee», afferma la scrittrice che, dagli esordi del ’93 con Di corno o d’oro (premio Grinzane Cavour) a La foto d’Orta (premio Rapallo Carige e premio Vittorini) ha raccolto i più importanti riconoscimenti letterari, tra cui il Selezione Campiello con La perfezione degli elastici (e del cinema) nel 1998.

Il romanzo abbraccia un arco temporale di circa settant'anni di storia argentina, raccontata e vissuta attraverso le vicende di donne italiane che hanno seguito i loro uomini o che sono rimaste a casa ad aspettarli. Ma anche di donne che hanno accolto questi uomini in terra straniera. «La storia argentina di questi ultimi cinquant'anni è segnata da donne che hanno lottato per cambiare le sorti di quel paese. E non parlo solo di Evita Peron. Ebbene, molte di quelle donne erano di origini italiane». Per certi versi la costruzione circolare, la dilatazione del tempo del racconto, il procedere per generazioni, richiama alla memoria l’epopea di Cent’anni di solitudine di Marquez.

L’interesse della scrittrice per la questione dell’emigrazione in Sudamerica nasce da vicende autobiografiche, dall’esperienza vissuta da bisnonni e nonni, e si mantiene viva con gli ultimi, tragici avvenimenti. «Ma la situazione in Argentina è da sempre tragica: prima le dittature, ora questo tracollo economico. In Italia filtrano poche notizie. In questo momento la situazione è allo sbando: non c’è politica, il Fondo Monetario non interviene».
Tra quelli che dovrebbero sostenere l’Argentina c’è, secondo la Pariani, l’Italia: «È una questione di riconoscenza. Molti italiani sono emigrati con la speranza di realizzare un miraggio e sono riusciti a vivere meglio la che qua. Ora quell’aiuto andrebbe ricambiato».
Lo stesso ragionamento lo si potrebbe fare pensando alle migliaia di clandestini che sbarcano sulle coste italiane ogni giorno: «Le porte che ora gli italiani chiudono in faccia agli stranieri, sono le stesse che si sono viste sbattere in faccia. Anche in Argentina, come ovunque, c’era la paura di perdere la propria identità, ma adesso è un grande Paese con una cultura varia, per aver ricevuto apporti dall’Europa povera di qualche decennio fa».

È una questione di mentalità: «Certo all’inizio è difficile, perché bisogna essere capaci di aprirsi. Io guardo a paesi che hanno una più lunga tradizione di accoglienza, come la Francia e il Portogallo, dove non è difficile vedere un nero dietro lo sportello di una banca. Ecco, dovrebbe succedere lo stesso anche da noi».
In quest’ottica di apertura si giunge a parlare della Rete: «Internet è l’esatto contrario della chiusura: l’informazione in rete non può essere fermata, è più difficile da controllare e regimentare. E poi offre la possibilità di comunicare con le e-mail così velocemente, anche con amici dall’altra parte del mondo».

di Donald Datti

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