Magazine Lunedì 7 aprile 2014

L'Exit Strategy di Walter Siti. La recensione

Walter Siti

Magazine - «Un museo sinistrato, abitato da estroversi depressi». Questa è l’Italia di Walter Siti nel suo ultimo romanzo, Exit Strategy (Rizzoli 2014, pp. 222, 18 Eur).

Il vincitore del Premio Strega 2013 con Resistere con serve a niente ritrae un profilo sconfortante che emerge dai cambi al vertice di potere e dalla crisi economica: «Ma fuggire nel denaro ormai è consentito a pochissimi, gli infelici molti si dibattono tra i fossili di un consumismo estinto, faccia a faccia coi cadaveri di una passata illusoria imitazione».

Negli anni di svolte epocali, in primis il tramonto del berlusconismo, e di nuovi pronostici, un narratore che ha tutte le sembianze di Siti è alle prove con una personale trasformazione. Uomini escort in stile culturista, ossessioni di carne e ossa che con difficoltà tenta di mettere in fuga dalla propria esistenza. Hanno dei nomi come Marcello e Rodrigo e sono la prova di un’instabilità di sentimenti profonda e di una desolazione accentuata dal peso del corpo e dagli anni che passano.

La morte dell’anziana madre fa riemergere memorie dal passato, forse questioni in sospeso, che si concentrano quando non c’è più tempo per tornare indietro: «I morti si somigliano tutti perché non somigliano più a niente, ma quelle labbra rientrate bevono ancora il ribrezzo».
I contorni spaziali sono quelli delle città che abita, segnati da un altro non meno importante cambiamento, cioè il trasloco, dopo molto tempo, da Roma a Milano. Freddo e distante, il capoluogo lombardo sembra rendere tutto ancora più doloroso: «Qui i mortali devono cavarsela da soli, una cisterna polare in cui vivrò sequestrato per anni».
La prospettiva di una conversione è offerta dall’incontro con Gerardo, che con i tipi palestrati non ha nulla a che vedere, ma gli propone in cambio una vita normale.

Mentre il paese si sgretola, «Matteo Renzi è il metadone per l’antiberlusconismo tossico», la risposta nella vita del protagonista è una storia che inaspettatamente pare colmare dei vuoti anziché alimentarli, come faceva l’amore pronto-cassa da cui si cerca salvezza.
Dopo anni passati nell’ossessione, si può essere felici nella consuetudine, amare ed essere corrisposti, senza venerazioni e rimorsi?

In questo senso, attraverso il ritmo di un diario («Nonostante la forma diaristica, questo non è un diario: non il mio, almeno») il romanzo di Walter Siti delinea un happy ending possibile e chiude il cerchio di una riflessione autobiografica già presente in opere precedenti.
Dove tutto pare votato alla negazione, reso ancora più schietto da una scrittura che senza lirismi, c’è un nucleo positivo forte, quasi un incoraggiamento, che si afferma contro ogni previsione.

di Martina Pagano

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