Magazine Martedì 27 agosto 2002

I diseredati di Mimì (II)

Marco viene, beve qualcosa, a volte si siede vicino a Mimì, altre volte resta solo, si guarda intorno e poi appoggia la testa su uno dei luridi tavolini, vuota un bicchiere di vino sperando di vedere la sagoma di un uomo incontrato una notte come tante, una notte di poco tempo prima. Marco arriva con la metro dove chiude gli occhi come tanti altri, chiude gli occhi e sogna che sia la volta buona, si nasconde nelle maniche del cappotto e si lascia trasportare dal movimento uguale del treno e da un non-sonno protetto da odori, da rumori improvvisi e da auricolari di giovani con la cresta che ascoltano alieni gruppi chiassosi sparati al massimo che urlano nelle orecchie di questi zombie viventi, esclusi dal mondo dei consumi e da quella normalità che Marco sente così stretta “rescue me…rescue me”, salvami, salvami, e anche lui vorrebbe unirsi a quel grido mentre il vagone procede ondeggiando verso il suo luogo di riparo notturno.

Saluta il barista, quello che non sa mai nulla, quello che fa solo cenni con la testa e allunga bicchieri di carta, si siede vicino alla vetrata sporca con la scritta “sandwich“ semicancellata e guarda le barche dei contrabbandieri che attraccano a fari spenti. In ognuno lo vede, in ogni fisionomia appena distinguibile dalle onde nere e dagli scogli grigi e imponenti. Dilata le pupille e tutti attorno sono incuranti del pianto che bagna i suoi zigomi e del suo bruciare di un amore forte e ansioso di baci, di quel contatto e di quell’odore rimastogli addosso. Qualche volta, verso mattina si lascia andare. Quando capisce che una nuova notte è trascorsa e lui non è tornato, e probabilmente non tornerà, e allora si rammarica di non avergli chiesto niente nella foga e nell’emozione, per potere almeno dare un nome al suo sogno.

Resta fino a quando il barista abbassa la serranda e gli fa uno stanco cenno di saluto, resta fino all’alba e a volte i suoi pensieri, come i racconti di Mimì riescono a confortarlo, a farlo sentire bene. Se ne va barcollando. Pazzo di felicità, come ubriaco, uguale all’immagine che porta dentro, pieno fino all’orlo dei suoi desideri, intonato alla sinfonia del suo corpo, lontano dalle stonate parodie del suo quotidiano. Una felicità pronta a dissolversi come la schiuma del mare. Al pensiero di dover continuare la commedia. «Coraggio ragazzo», gli dice spesso Mimì,«pensa che hai la tua vita in mano, fanne quello che vuoi, prendi esempio da me».
Sa consolarlo lei, sa volergli bene, quel bene che non chiede nulla, quel bene di cui ha tanto bisogno. Allora, rientrando, pensa che la commedia durerà ancora per poco, si rassicura mentre viene accarezzato dalla luce arancione del primo mattino, mentre si intravedono, in lontananza, i traghetti in arrivo dalla Corsica e dalla Sardegna. Mimì in fondo, non si è mai sbagliata.
di Francesca Mazzucato

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