Magazine Sabato 29 marzo 2014

Nobel per la Letteratura. Tutti i premiati in un libro

Günther Grass

Magazine - Flammarion ha pubblicato tutti i discorsi dei Premi Nobel per la Letteratura in un’appassionante antologia di 944 pagine (Tutti i discorsi di accettazione dei Premi Nobel della Letteratura, a cura di Eglal Errera, 944 pp., 25 Eur).
È una tradizione ormai dal 1901.

Il prescelto per il premio più importante del mondo deve pronunciare un discorso, detto di accettazione («de reception», appunto), a distanza di due mesi dall’assegnazione, davanti al comitato riunito a Stoccolma in polpe.

La maggior parte dei 109 scrittori scelti non si sono sottratti. Fatta salva qualche rara eccezione, come Samuel Beckett che nel 1969 delegherà il proprio editore Jerome Lindon, o Jean Paul Sarte che rifiuterà il premio nel 1964, o ancora Boris Pasternak, obbligato – nel 1958 – a declinare l’onorificenza somma a causa delle pressioni ufficiose esercitate dal governo sovietico, lui che aveva scritto il Dottor Zivago, uno dei romanzi più belli del mondo.

Come comunque rivela la curatrice dell’antologia, Eglal Errera, il dato più comune e più curioso che sembra legare tutti gli scrittori “laureati” è una straordinaria modestia, l’umiltà dei grandi insomma.
Molti di loro dedicano la propria opera ai genitori, oppure ai nonni, e comunque pagano un tributo ai loro più preziosi ricordi dell’infanzia.

Altro omaggio è quello con cui gli autori pagano pegno agli scrittori da cui si sono sentiti influenzati durante la loro vita: Melville per Günther Grass, Kafka e Musil per Elias Canetti (Massa e potere non è mai sembrato così attuale come oggi dove la forza della politica è diventata una specie di agglomerato indistinto di voci), o Tolstoi per Roger Martin Du Gard.

Ma anche la venerazione per una lingua: l’americana Pearl Buck (famosa la sua La buona terra) celebra il romanzo cinese che per lei possedeva la funzione principale di divertire la gente comune, mentre Thomas Mann aveva un debole malcelato per la prosa (“il ritmo tedesco”) e lo spirito tedeschi (ricordate il saggio sul motto di spirito “Witz” di Freud ?), o Bashevis Singer per l’yiddish.

Dal suo punto di vista, invece, per lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa vivere in Francia e respirare l’aria che hanno respirato prima Balzac, Stendhlal, Baudelaire e Proust «mi ha aiutato a diventare un vero scrittore».

Ognuno dei discorsi racchiude comunque il segreto più intimo di chi l’ha pronunciato.
Albert Camus (1957) dice che «Quali che siano le nostre personali debolezze o infermità, la nobiltà del nostro mestiere si industrierà ogni giorno per mantenere un impegno comunque difficile: il rifiuto di mentire su ciò che si conosce e la resistenza all’oppressione».
Parole che arrivavano dall’impegno civile di chi aveva scritto romanzi esistenzialmente impegnativi come Lo straniero o brucianti come La peste.

Curioso quanto rivelato da Günther Grass: «La propensione a sognare ad occhi aperti in pieno giorno, il gusto per la parola giusta ed i giochi di parole, la sete disinteressata di mentire – solo perché trovavo semplicemente noioso il potermi accontentare della realtà – è ciò che chiamo un dono (parola assai vaga)».

Per John Steinbeck lo scrittore «ha il compito di celebrare la nobiltà di cuore e di spirito dell’uomo: il suo coraggio, la sua passione, il suo cuore. Nella sua guerra senza fine contro la disperazione, egli rappresenta la bandiera su cui sventola la speranza».

Una sola notazione in negativo. Nel 2011, in Italia ed a cura di Daniela Padoan, era già uscita una raccolta di questo tipo. Per una volta non siamo secondi ai francesi.

di Alberto Pezzini

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