Magazine Sabato 22 marzo 2014

Ogni motivo è buono per leggere Bukowski

Charles Bukowski

Magazine - «La parte più difficile del mestiere di scrivere è sedersi sulla sedia davanti alla macchina da scrivere» (Heinrich Karl Hank Bukowski).

Ogni scrittore ha il suo metodo, il suo processo creativo. C’è chi lavora dalle quattro del mattino a mezzogiorno e poi va a fare jogging (Haruki Murakami), chi trova l’ispirazione nella camera 411 di un albergo di Istanbul (Agatha Christie), chi prima di iniziare si lava le mani (John Keats).
Charles Bukowski ogni sera si chiudeva in camera, sedeva sulla sedia, che come già detto era la parte più difficile, avvicinava la macchina da scrivere, lasciava suonare un Sibelius o un Mahler, stappava la prima birra e batteva a macchina poesie fino al mattino dopo. O finché era troppo ubriaco per rimanere sveglio. Il che poteva anche succedere la mattina.

A trentasei anni, salvato per miracolo da un'emorragia, i medici gli hanno predetto morte certa se avesse bevuto un altro bicchiere. Appena dimesso, è entrato nel primo bar che ha trovato. A quarant’anni ha visto pubblicare la sua prima opera, la raccolta di poesie Flower, Fist, and Bestial Wail. Da quel momento ha potuto vivere di scrittura grazie a cento dollari al mese, a prescindere dalle pubblicazioni e per tutta la vita, pagati dalla casa editrice Black Sparrow Press. Sei romanzi, ventuno raccolte di poesie, otto raccolte di racconti, due saggi, una sceneggiatura. Più tutte le antologie e i testi critici post mortem.

Il successo tardivo è per Bukowski un vanto, la sua fortuna, perché gli ha dato il tempo di vivere abbastanza per conoscere l’umanità vera, quella degli stenti e dei bassifondi, quella che più lo ha ispirato: «una vera sfortuna per un giovane poeta sarebbe avere un padre ricco, un matrimonio in giovane età, un immediato successo o l'abilità di saper fare qualsiasi cosa molto bene».

Scrivere una recensione di una qualunque opera di Bukowski suona quasi blasfemo. Anzi, ci ripenso e tolgo il quasi. Con quale coraggio, mi chiedo, si pretende di eviscerare, smontare, incasellare e interpretare il suo rigurgito di parole, la sua overdose di narrazioni, quel filo sottile tra poesia e pornografia, tra misoginia e totale devozione alle donne, tra un fegato al collasso e un amore estremo per la vita. Questo era Bukowski: la macchina da scrivere, la confezione di birra da sei e la ferma volontà di tenersi alla larga da ogni conformismo. «All’asilo, mi ricordo che pensavo quanto fossero strani gli altri bambini. C’era qualcosa che non andava in loro. Erano la massa. Io odio la massa».

È più corretto affermare che questa recensione è su David Stephen Calonne, che ha pazientemente ricercato, selezionato e composto il percorso trentennale di interviste qui intitolato Il sole bacia i belli (Feltrinelli, 2014, 327 pp, 18 Eu - Sunlight Here I Am nella versione originale). Una sfumatura non banale: nell’era del web 2.0, in cui scrittori e case editrici rischiano di dedicare più tempo al marketing che a leggere libri, chi scrive recensioni lo fa anzitutto per loro. Lo fa perché l’addetto alla comunicazione della casa editrice metta un Mi piace, spenda un retweet e renda virale il quarto d’ora di notorietà del recensore di turno. Tutto per un briciolo di visibilità gratuita, per avere più lettori sul blog, per una manciata di follower in più, eccetera. Se qualcuno veramente comprerà il libro dopo aver letto la recensione, è un beneficio secondario e sottinteso.

In questo caso, invece, non c’è spazio per Internet, perché l’autore è morto e il suo editore (John Martin) ha superato gli ottanta. Tanto più, se Bukowski fosse vivo, mi permetto di dubitare di una sua eventuale simpatia per i social network.
Qui si torna ai bei tempi, quando le recensioni si scrivevano anzitutto per i lettori, per convincerli a leggere (o non leggere) il testo recensito. Due possibili destinatari, davanti a me: tu, che come me hai una foto di Bukowski in salotto, hai letto almeno tre volte Storie di ordinaria follia e saresti disposto/a a rovinarti allo stesso modo il fegato, se valesse la pena di avere in cambio almeno un centesimo del suo talento. Oppure tu, che non hai mai letto Bukowski perché ti scandalizza a priori, maschilista misantropo pornografo e alcolizzato, ma quasi-quasi una raccolta di interviste può essere un compromesso accettabile.

Ecco, a te dell’opzione due dico questo. Compra questo libro e leggilo, per farti un'idea del personaggio. Poi, però, non precipitarti subito ad acquistare un romanzo di Bukowski. Parti più lento e segui il suo consiglio: «dovresti leggere questo tizio che si chiama John Fante. Il ragazzo era un vero bastardo che scrive meglio di me… quasi meglio di me. Ha più anima di tutta la gente che viene a sentirmi messa insieme». Perciò vai in libreria e scegli un John Fante. Chiedi alla polvere, se posso suggerire. Se mentre leggi Fante senti qualcosa muoversi nello stomaco, allora sei pronto/a per Bukowski.

di Marta Traverso

Potrebbe interessarti anche: , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin , MiniVip&SuperVip. Il Mistero del Viavai di Bozzetto: il cinema si fa fumetto , Il segreto del faraone nero, una nuova stoccata letteraria di Marco Buticchi , Auguri Andrea Camilleri! Lo scrittore compie 93 anni, la recensione del Metodo Catalanotti

Oggi al cinema

The children act Il verdetto Di Richard Eyre Drammatico 2017 Giudice dell'Alta Corte britannica, Fiona Maye è specializzata in diritto di famiglia. Diligente e persuasa di fare sempre la cosa giusta, in tribunale come nella vita, deve decidere del destino di Adam Henry, un diciassettenne testimone di Geova... Guarda la scheda del film