Magazine Martedì 13 agosto 2002

Invidia (parte V)



Il giorno dopo, il giorno della premiazione, mi sveglio nella stanza della casa di Roberto e per un attimo mi sembra di tornare indietro nel tempo, a quella notte in cui avevo dormito a casa di Roberto, da bambino. Quando ero dovuto andare via avevo pianto.
Mi alzo ed entro in cucina. Chiedo alla cameriera se Roberto e Stefania si sono già alzati. Lei risponde che sono usciti presto, e che li troverò all’albergo dove si svolgerà la premiazione, e aggiunge che Roberto ha lasciato una lettera per me.
Sono stupito, ma infilo la busta in tasca ed esco di casa, in cerca di un bar. Solo quando sono seduto a un tavolino, la apro e inizio a leggere.
“Ci sono molte cose che avrei voluto fare, e non ho mai fatto. Una di queste è scriverti una lettera. Forse tu non mi hai mai apprezzato molto, o forse io non sono riuscito a farmi apprezzare, ma ti ho sempre considerato un amico, e ti ho sempre stimato. La mia vita è sempre stata molto semplice, netta, e sono sempre stato un privilegiato. Non ho avuto bisogno di rincorrere sogni, perché ho sempre potuto fare quello che desideravo. Non sapevo come dirtelo, ma vorrei aiutarti in quel tuo progetto per il maneggio. I soldi non mi mancano. Non dirmi di no, ti prego. Non lasciarti dominare dall’orgoglio. Non si tratta di elemosina, ma di un segno di amicizia. Hai il diritto di realizzare i tuoi sogni.
Il tuo amico Roberto”
Piego il foglio e lo rimetto nella busta, poi pago ed esco dal bar. No, non è il rimorso che mi sta facendo correre disperatamente verso l’albergo. Forse è la paura di perdere i soldi per il maneggio. Forse. Non so perché lo faccio, non so quale sia il motivo, ma corro. Arrivo alla piazza e scruto i palazzi intorno, cercando di notare un luccichio sospetto, una traccia che mi permetta di individuare ciò che sto cercando.
Sento il rumore di un’auto. È l’auto di Roberto, e si avvicina. Gli urlo di non scendere, ma lui non capisce. Ferma la macchina e apre la portiera, e io mi lancio verso di lui, poi sento lo strappo nella schiena. Stipe era davvero un ottimo cecchino.
Crollo tra le braccia di Roberto, che mi dice qualcosa ma io non sento nulla, tranne il dolore e la rabbia per essere stato fregato ancora.
-Roberto…- mormoro a fatica.
Lui mi guarda, e non mi piace come lo sta facendo, mi sta guardando con la stessa espressione di pietà che aveva quando eravamo nel bar.
Non avrei voluto finire così, a morire tra le sue braccia, una stupida morte da finale di film hollywoodiano. Era lui che doveva morire, non io. Spero che Stipe sia un professionista serio e finisca il lavoro.
-Avvicinati, Roberto…- sussurro.
-Sì?- dice a bassa voce.
-Vaffanculo, Roberto- rispondo, e sono le mie ultime parole.

Ettore Maggi
di Donald Datti

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