Magazine Martedì 13 agosto 2002

Invidia (parte IV)



Sdraiato sul letto, riscaldo sulla fiamma di un accendino un pezzo del marocchino che mi ha procurato Stipe, e lo mischio col tabacco di mezza sigaretta.
Stipe lavora come buttafuori in un paio di locali del centro storico e arrotonda vendendo hashish. Nel suo passato c’è la guerra in Bosnia. Era un cecchino. Uno dei migliori, pare.
Guardo il biglietto da visita di Roberto, un biglietto molto bello, elegante, e penso a quello che mi ha detto Stipe una sera in cui era ubriaco.
Avvicino il biglietto da visita alla fiamma dell’accendino e lo guardo bruciare lentamente, poi lascio cadere a terra la cenere, chiudo gli occhi, e penso ai cecchini croati.
Al risveglio l’impressione è che un gruppo di batteristi pazzi si dato appuntamento dentro la mia testa per esercitarsi.
Esco di casa, cerco una cabina telefonica, e chiamo Roberto. Gli dico che mi dispiace essermene andato via in quel modo, e gli chiedo se l’invito per il fine settimana è sempre valido.
-Certo- risponde lui. -Sono contento che tu abbia cambiato idea.
Ci accordiamo per partire insieme, poi lo saluto e appendo la cornetta, e resto lì, finché non arriva Stipe.
-Mi cercavi?- chiede con il suo buffo accento.

Roberto mi ha dato appuntamento davanti alla stazione, e io lo attendo con un certo nervosismo. Sono in anticipo, e decido di comprare un pacchetto di sigarette, nonostante da qualche anno abbia smesso di fumare. Compro anche una bottiglia di birra e mi siedo sugli scalini, vicino ai taxi, ad aspettare. Un gruppo di ragazzi arriva rumorosamente. Uno di loro, vent’anni al massimo, con addosso una maglietta dei Deftones, mi chiede una sigaretta, e io gli porgo il pacchetto e gliela accendo.
Mi ringrazia e si allontana, e raggiunge i suoi amici. Lo chiamo. Lui si volta e ci fissiamo, ha uno sguardo insolente che mi ispira simpatia. Gli lancio il pacchetto e lui lo afferra al volo.
-Ho smesso di fumare- dico.
Lui annuisce e sorride, poi indietreggia e continua a guardarmi.
Una macchina si ferma nella piazza, è l’auto di Roberto. C’è anche Stefania.
Il ragazzo delle sigarette non smette di guardarmi, e quando salgo alza il braccio per salutarmi.

Rimango in silenzio per quasi tutto il tragitto, limitandomi ad annuire, a dire sì, no, va bene, e li osservo. Sono carini, stanno bene insieme, sembrano fatti l’uno per l’altra. Stefania è raffinata, sicura di sé, diversa dalla ragazza che conoscevo io. A me piaceva proprio perché non cercava di essere raffinata, e mi infastidisce adesso, ma probabilmente la mia è solo gelosia.
Forse gelosia non è il termine giusto, perché in fondo mi rendo conto di non averla mai amata, è soltanto il fastidio di sentirmi derubato di qualcosa. Qualcosa. Stefania è diventata qualcosa. Nient’altro che qualcosa.

La sera ceniamo in un ristorante di lusso, nonostante le mie resistenze.
-Non devi preoccuparti- dice Roberto. -Sei mio ospite, ovviamente.
Alla cena, tra gli altri, c’è un editore. Nel presentarmelo Roberto aggiunge, con tono neutro, che pubblicherà un suo romanzo.
-Tempo fa le ho mandato un dattiloscritto- dico. -Lo ha letto?
Lui mi guarda sorridendo, come se fossi apparso solo in quel momento.
-Non ricordo- risponde infilandosi gli occhiali -Come ha detto che si chiama?
-Non importa- dico sedendomi a tavola.

La serata procede lentamente, e Roberto mi guarda spesso mentre parla con gli altri commensali.
-Stefania mi ha detto che vorresti aprire un maneggio- dice versandosi un bicchiere di vino.
Mi volto verso Stefania, che abbassa lo sguardo.
-Sì- rispondo -Ma non so se lo farò. Me lo ha proposto un amico, ma devo ancora decidere.
E trovare i soldi, penso.
-Capisco- dice lui, fissandomi.

di Donald Datti

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