Magazine Martedì 13 agosto 2002

Invidia (parte II)



L’altoparlante annunciò che avremmo combattuto nella stessa categoria di peso. Sentii lo stomaco chiudersi. La differenza di statura, le lunghe leve, il torace largo del suo corpo snello, tutto lo avvantaggiava. Ma questa volta non avrei vacillato. Adesso toccava a me vincere.
Mizu no kokoro, dicono i giapponesi. La mente come l’acqua.
Ci inchinammo nel saluto, occhi contro occhi. Oss, pronunciai mentre decontratto e determinato aspettavo il comando dell’arbitro, che avrebbe risolto finalmente la questione tra noi due.
La rabbia nei suoi confronti si era trasformata in fredda determinazione.
Non vi è nulla di più morbido e cedevole dell’acqua, e nulla è meglio di essa per attaccare ciò che è solido e forte, nulla la eguaglia..
. Non abboccavo alle sue finte, e non gli permettevo di sfruttare la sua statura, le sue braccia e le sue gambe lunghe. Accorciavo continuamente la distanza, rischiando anche qualche colpo d’incontro, ma cercando di non commettere il minimo errore. Preciso, rapido, non sbagliai quando, spostandomi di lato, evitai il suo pugno contro il mio viso e lo colpii al torace, con tutta la forza permessa in questo tipo di combattimento. Esultai di gioia crudele nel vedere la sua smorfia di dolore, mentre l’arbitro assegnava il punto.
Waza-ari, disse, e Roberto si tastò le costole.
Per la prima volta vidi la sua sicurezza sgretolarsi, per la prima volta vidi lo smarrimento nei suoi occhi. La sua aristocratica superiorità non esisteva più.
L’incontro riprese, e lui adesso era costretto ad attaccare, ma non lo faceva, sembrava intimorito, smarrito, e cercava di sfuggire. Lo sorpresi con una spazzata, e lui finì sul tatami, rotolando nel tentativo di allontanarsi dal mio colpo finale. Lo inseguii scompostamente, ubriaco al pensiero di averlo finalmente distrutto, ma i secondi passarono veloci e lui riuscì ad alzarsi.
L’incontro riprese, dopo l’annullamento dell’arbitro.
Ora Roberto si muoveva veloce e preciso, troppo veloce e troppo preciso, e io sentivo le gambe e le braccia sempre più pesanti e il respiro sempre più corto. L’energia stava fuggendo e non riuscii ad evitare che il suo calcio circolare mi colpisse al viso.
Ippon, decretò l’arbitro. Aveva ancora vinto lui.

di Donald Datti

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