Magazine Martedì 13 agosto 2002

Invidia

Noi ce ne andiamo per qualche giorno, ma vi lasciamo in ottima compagnia. Quello che segue è un racconto inedito di Ettore Maggi, scrittore emergente che abbiamo recentemente . Si tratta di un racconto piuttosto lungo: è un regalo, per non farvi troppo sentire la nostra mancanza. Buona lettura

Ho iniziato a odiare Roberto fin da bambino, fin da quando andavo a casa sua di pomeriggio, e mi arrampicavo lungo la strada che portava alla villa dei suoi genitori. Mi fermavo di fronte al cancello, premevo il pulsante del videocitofono, e il cancello si apriva, e io ogni volta pensavo di fuggire, poi entravo e percorrevo il vialetto ghiaioso, osservando la piscina, mentre lui mi aspettava sorridente e mi scrutava dall’alto della sua arrogante statura.
Entravamo in camera sua, grande quanto l’appartamento dei miei, e lui mi mostrava orgoglioso i suoi giochi, mi raccontava che stava imparando a sciare, mi descriveva i luoghi visitati in vacanza insieme a suo padre, dirigente della fabbrica nella quale lavoravano i miei genitori.
Col passare degli anni l’invidia che provavo nei suoi confronti aumentava, per le ragazze delle quali si circondava, per le moto e le auto che possedeva, per tutto ciò che io desideravo e lui aveva, per quella sua sicurezza aristocratica, per quella raffinatezza che lo rendeva elegante in qualsiasi occasione.
Ci perdemmo di vista per qualche anno, poi lo incontrai a una gara di karatè.
Mi stavo riscaldando in attesa il kata, la forma che avevo preparato, ero concentrato e teso al punto giusto. Cercavo di controllare la respirazione addominale, lunga e profonda, quando sentii la giuria pronunciare il suo nome.
Lo vidi nel suo karategi bianco, perfettamente a suo agio, elegante anche in quell’occasione, avvicinarsi alla giuria e inchinarsi nel saluto rituale. Scivolava fluidamente da una posizione all’altra, con stile. Un’esecuzione impeccabile, a cui seguì un punteggio alto. Salutò la giuria e si allontanò, e fu allora che i nostri sguardi si incrociarono. Sorrise e mi rivolse un vago cenno di saluto, e io sentii una rabbia sorda crescere dentro di me, mentre dal tavolo della giuria veniva scandito il mio nome. Mi presentai in pedana al terzo e ultimo richiamo.
Forse per dimostrare qualcosa a lui, forse per dimostrare qualcosa a me stesso, mentre eseguivo il saluto rituale decisi improvvisamente di cambiare programma, e alla richiesta della giuria risposi pronunciando il nome dello stesso kata eseguito da Roberto.
Sentivo il mio corpo stabile e preciso, i muscoli pronti, le tecniche perfette, e vedevo gli sguardi dei giurati approvare in silenzio, arco e freccia, volo di rondine, il drago resta solo, finché i miei occhi non incontrarono i suoi. La mente esitò, commisi un errore nella tecnica e persi l’equilibrio. Terminai l’esercizio, ottenendo il punteggio più basso e non entrai in finale.
Lui si avvicinò e mi salutò calorosamente.
-Mi dispiace- disse. -Stavi andando bene.
-Già- risposi.
E sarei andato meglio se non ti avessi visto, pensai.
Ci ritrovammo nel pomeriggio nella gara di combattimento, il kumite, e ci incontrammo da avversari.

di Donald Datti

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