Magazine Sabato 15 marzo 2014

Antonella Gatti Bardelli, la Donna Tartt italiana

Magazine - Venerdì 14 marzo 2014 presso la libreria Feltrinelli Express di Verona, Bompiani ha presentato ufficialmente il primo romanzo di Antonella Gatti Bardelli, Margò (133 pp., 11 Eur). Pare dunque che la coppia editore autore funzioni. Si tratta infatti del secondo volume che Antonella Gatti Bardelli e Bompiani pubblicano, il primo, Il cielo capovolto, era il racconto autobiografico della stessa autrice.

Squadra che vince non si cambia e allora andiamo a vedere un po’ di che si tratta cercando di scorare pregi e difetti di questo lavoro che si presenta bene. Il libro è ben fatto, una foliazione non eccessiva si accompagna a una copertina che si fa guardare volentieri e un testo ben leggibile. Per quanto ormai queste cose siano date per scontate è sempre bene guardarle perché l’elemento fisico di un libro, copertina e dimensioni rimangono a tutt’oggi il biglietto da visita.
Leggi l'intervista ad Antonella Gatti Bardelli.

Margò, dunque un nome femminile, fa da titolo e già solo questo si presta ad una serie di osservazioni che ci introducono al merito.
Margò è il nome di una figlia che però non è la voce narrante. Il racconto è portato avanti in prima persona da Roberta, la madre di Margò, dunque madre e figlia, questa è la coppia che da vita ad una trama che rende onore sia all’autrice che all’editore.

Per spiegare questa affermazione bisogna fare una considerazioni generale. L’amore in una coppia, sia marito e moglie, sia madre figlio, madre figlia o mille altre composizioni ha ispirato miriadi di narratori e proprio questa lunga storia della storia rende pericoloso l’argomento. È un po’ come la musica fatta di sette note, che cosa si può mai fare di nuovo con sette, qualcosa che non sia mai stato fatto prima.

Il rischio c’era tutto, dove per rischio intendo dire lo scontato, il banale, l’ovvio. Raccontare l’amore di una madre per una figlia e di una figlia per una madre è in qualche modo rischioso proprio perché dire che il soggetto è trito e ritrito è poco.

Tuttavia funziona e chi leggerà il libro si troverà davanti ad una storia che acchiappa all’inizio e porta alla fine e se si tratta di lettrici accanite possiamo anche dire che è un libretto che qualcuna può anche sbaffarsi in una sala d’attesa o in un viaggio in treno.

In termini di leggibilità e di scorrevolezza la storia è perfetta grazie al fatto che l’autrice ha trovato delle soluzione narrative che non so se sono mai state usate prima, ma sono certamente d’effetto. Non dico nulla per non rovinare la sorpresa.
L’unica critica che si può fare al racconto è che può non piacere a chi non gradisce il genere, ma questo ci sta. Per il resto tanto di cappello.

Se dunque l’alchimia comunicativa che Antonella Gatti Bardelli ha organizzato paga in termini di lettura, questo accade per tutto quello che abbiamo detto ma anche per un altro dettaglio, diciamo per l’ingrediente segreto di ogni romanzo.
L’eterno.

Lo dico senza timore di essere smentito, se non ci fosse stato questo che invece c’è, tutto il resto non basterebbe a far decollare il romanzo, cioè attivare il passaparola. Sono sicuro che le lettrici se lo bisbiglieranno tra di loro tra messaggi e notifiche, perché dentro questa storia d’amore tragico, doloroso e terribile c’è ben più d’un pizzico d’eterno, c’è l’anima e vien da dire che è quella dell’autrice.

Non che Antonella Gatti Bardelli racconti se stessa sotto mentite spoglie, non è questo, è il fatto che pur nell’essere dilaniata da un dolore, Roberta ama e in questo amore c’è l’odore dell’eterno, ci sono mille madri e mille figlie che prima di Roberta e Margò si sono avvicendate sulla faccia della terra e si sono fatte del male non sapendo amarsi in altra maniera.

Solo nell’eterno l’amore contiene il dolore e Antonella Gatti Bardelli ci ha dato questo tipo d’amore in questo racconto e se lo ha fatto è perché probabilmente lo ha incontrato. Il dolore dentro l’amore senza l’eterno è solo sangue marcio dal quale si scappa e questo nelle parole di Antonella Gatti Bardelli non c’è.

A me personalmente il modo di giocare con le parole di Antonella Gatti Bardelli ricorda molto l’uso del pennello che faceva il Caravaggio, questa immensa capacità di far emergere la vita dalle tenebre, questo dipingere spezzoni di vita così realistici da sembrare puzzolenti e umidi.

Sono parole che riescono a raccontare quel pezzo d’infinito quasi sfidandolo a sedersi con noi e a parlarci invece d’intestardirsi a stare oltre la siepe.
Dette queste cose parrebbe di aver detto tutto e si potrebbe anche chiudere qui, ma mi piace aggiungere un altro paio di considerazioni a rischio di prendere un granchio io.

Se cercate nel web informazioni su Antonella Gatti Bardelli troverete tra le altri espressioni probabilmente giornalistiche che la dipingono come la scoperta di Elisabetta Sgarbi, editor di Bompiani e due parole su questo meglio dirle, se non fosse altro per chiarezza.
È difficile oggi parlare male di Elisabetta Sgarbi visto che in un periodo di crisi dell’editoria pare non sbagliarne una e anche questa sua scommessa su Antonella Gatti Bardelli sembra vinta. Va detto ad onore del vero che le due si sono incontrate attraverso Pino Roveredo direttore del Teatro Instabile di Udine e questo non è un dettaglio da poco visto che si tratta del vincitore del Campiello 2005 con un volume ovviamente edito da Bompiani.

Questi triangolo, Gatti Bardelli, Roveredo, Sgarbi a oggi è vincente e questo lo si deve a una serie di nasi e di coraggio. Ad Antonella Gatti Bardelli va dato atto del coraggio di mettersi in gioco come ha fatto con il suo primo libro, Il cielo capovolto e se non fosse stato così, se Antonella Gatti Bardelli non avesse violentemente denudato la sua anima in quelle meravigliose pagine piene d’eterno, Pino Roveredo non l’avrebbe colta e non l’avrebbe portata a Elisabetta Sgarbi.

Riassumere così in poche parole un complesso gioco di specchi è sempre limitativo, ma è importante almeno citare questi fatti per far intravvedere a chi non è di casa in queste faccende come Elisabetta Sgarbi abbia saputo leggere il talento di Antonella Gatti Bardelli dentro questo flusso d’incontri.

Termino con una considerazione a cui tengo molto e che metto a chiusura solo perché è venuta così.
Si dice, a mo’ di slogan, che la fortuna avviene laddove il talento incontra l’occasione e queste frasi a effetto le si porta sempre a casa proprio per la loro efficacia nel conficcarsi in noi. Come tutti gli slogan, anche questo riduce, taglia la complessità e non permette di cogliete alcuni dettagli fondamentali.

Se il talento non si accompagna alla disciplina, al metodo, alla perseveranza non riuscirà mai a trasformarsi in un prodotto tangibile. Questo per dire cosa. Che si può avere anche la più bella idea del mondo, nel caso specifico il dialogo tra madre e figlia si svolge grazie ad una superba intuizione di Antonella Gatti Bardelli. Ma il talento da solo non avrebbe saputo organizzare un intero romanzo che è nato grazie al lavoro, alla dedizione, alla disciplina, al metodo.

Michael Connelly racconta che quando scrive chiude addirittura le tende di casa per poter concentrarsi. Ma vorrei affondare un altro po’ il tiro.
È vero, non c’è dubbio, che zappare un campo è molto peggio che scrivere e mille altri esempi di questo genere possiamo fare per dire che non si può considerare un lavoro scrivere un romanzo.
Quando si dicono queste cose lo si fa sempre un po’ da arrabbiati e con un’ampia spruzzatina di cinismo demolitivo come a dire che gente che fa la bella vita.
Ma per quanto sugli scrittori possano essere buttate quintalate ci cinismo, rimane il fatto che si tratta di un lavoro che richiede tempo, dedizione e passione e molto molto metodo e ad Antonella Gatti Bardelli va riconosciuto di aver coltivato il suo talento in modo serio e costruttivo.

di Francesco Bricolo

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