Viaggi Magazine Lunedì 24 marzo 2014

Parco dell’Appennino, a passo lento per riscoprire la bellezza

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Magazine - Dove andiamo tutti sempre di corsa? Un fremito percorre, come un’onda, il pianeta globalizzato. Tutti con una gran fretta di arrivare. Dove? La velocità ci consuma insieme all’energia che usiamo sempre più, senza pausa. Il nebbione di Pechino dovrebbe farci riflettere. In piazza Tienanmen non si riesce a vedere una persona a dieci metri di distanza. Il sole dov’è?

Tutto questo andavo pensando, in mezzo ad un bosco di faggeti nudi, mentre con le ciaspole ai piedi, mi godevo, un passo dopo l’altro, una passeggiata invernale a Cerreto Laghi, nel cuore del Parco dell’Appennino Tosco Emiliano. Dopo aver preso la seggiovia insieme agli sciatori e percorso un chilometro sulla pista in discesa, siamo approdati in un sentiero. Ora non c’era più nessuno con gli sci ai piedi, solo noi ciaspolatori. E il rumore del vento nella nebbia o la voce della guida che raccontava dei lupi. Sono tornati a vivere tra queste montagne.

Mi vedo adolescente entusiasta, con gli sci ai piedi, sfrecciare veloce senza esitazioni, spavalda lanciarmi giù dal pendio in una gara di discesa libera o di slalom parallelo. Sono sempre andata di corsa. Ma vorrei imparare a smettere una buona volta. A farmi governare dalla lentezza.

Mi sono rotta una caviglia poco tempo fa per colpa di un marciapiede sconnesso, le nostre città stanno cadendo a pezzi. Ma la colpa è soprattutto mia: stavo andando troppo di fretta. Basta poco per cadere, se non pensi dove metti i piedi. Questi pensieri mi attraversavano mentre i faggi nudi tacevano attraversati dalla foschia in mezzo alla neve.
Andar ciaspolando è più ecocompatibile, si possono evitare i mezzi di risalita, che inquinano. Si fa più movimento. Si rispetta l’ambiente che sempre più ci sta chiedendo i conti che non tornano. Qualche modo c’è per ricominciare a farli tornare.

Basta guardare cosa stanno facendo qui nel Parco dell’Appennino Tosco Emiliano. Ad esempio i Briganti, una cooperativa che cerca di formulare un diverso modo di vivere il territorio. È da questi villaggi remoti che dobbiamo ripartire.

Renato Farina, 50 anni, dirigente Iren, portavoce dei Briganti, è un vulcano di idee: «il nostro scopo è recuperare ciò che la nostra comunità ha creato nei secoli per renderlo di nuovo vivo e attraente per un turismo sostenibile», racconta. A Cerreto Alpi, un paese di poche case, sono lontani il rumore sordo degli impianti di risalita di Cerreto Laghi, distante nove chilometri, e il cinguettio noioso degli altoparlanti che scandiscono i nomi dei partecipanti alle gare. Tra le case del paese si sentono sussurrare le parole di Silvio D’Arzo, il raffinato scrittore che qui aveva le sue radici: «nel primo buio le donne se ne stanno a soffiar sui fornelli chine sopra il gradino di casa, e i campanacci di bronzo arrivan chiari lì giù fino a borgo. Le capre s’affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri».

In giro per il villaggio si trovano targhe con brani di D’Arzo, tra un vecchio fienile e la piazzetta del paese, che sembra aver attraversato il tempo senza rughe. Stanno rimettendo tutto a posto, con quella capacità tutta emiliana di essere italiani, ma con un rigore nordico. I Briganti – sempre loro – hanno ristrutturato anche un vecchio mulino aggrappato sul dirupo del Secchia (100 euro a notte, per dieci posti letto) con tanto di cucina e un bel prato, dove scorazzare non appena apri la porta. In paese invece stanno rimettendo in piedi le case in pietra, abbandonate troppo in fretta, da chi scappava via dalla miseria. Una cuccagna per i residenti, i prezzi delle case stanno lievitando e portano ricchezza e nuove risorse alla comunità, permettendo agli anziani di restare qui e ai giovani di investire per il loro futuro. In maniera compatibile, però.

Ma c’è un posto più magico degli altri, si chiama metato, un locale in pietra a vista, dove per secoli sono state essiccate le castagne, uno dei pochi mezzi di sostentamento di questa zona di confine. I Briganti lo hanno ripulito da capo a piedi e ora è tornato tale e quale era cent’anni fa, con il suo fuoco al centro e le castagne sulla tettoia. Ha recuperato la sua vecchia funzione: «qui, al buio, la comunità si riuniva, negli inverni freddi. Si scaldavano le ossa. Chi ne era capace raccontava lunghe storie – continua Renato – proprio qui nel metato sono nate tante famiglie. Complice il buio, gli uomini allungavano le mani». Oggi si chiamerebbero molestie e forse lo erano anche allora. Ma erano tempi di apartheid tra i sessi. Come incontrarsi se non di nascosto?

C’è ancora un’iniziativa del Parco di cui voglio parlare. Un modello di marketing impastato con le emozioni: «da diversi anni promuoviamo il territorio con borse di studio, per permettere a giovani stranieri sotto i 35 anni di trascorrere un mese qui», racconta il presidente Fausto Giovannelli. Unico requisito: avere un antenato che è partito da questo territorio per cercare fortuna altrove. Sono centinaia i ragazzi, soprattutto sudamericani, che hanno soggiornato nel Parco, ricostruendo un filo interrotto.

Torneremo presto a parlare di quest’esperienza, e intanto andate a farvi un giro a Cerreto Alpi. E fate un salto dai Briganti, non ti tagliano la gola, anzi ti prendono per la gola, perché cucinano proprio bene.

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