Magazine Giovedì 27 febbraio 2014

Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino: intervista a Gordiano Lupi

Calcio e acciao. Dimenticare Piombino: la copertina del libro di Gordiano Lupi

Magazine - Fin dalle prime pagine si scopre che Calcio e acciaio (Acar edizioni, 2014, 200 pp, 15 Eu) non è solo un romanzo sul calcio, non manca nulla perché lo sia, intendiamoci, ma Calcio e acciaio ha semplicemente di più. Non è una marcia un più. È un mondo che contiene più strati. Sulla copertina c'è un pallone che non sembra neanche lì per essere calciato, ma è a quota dei nostri occhi, come se il grafico volesse nascondere una parte della città portuale che si estende oltre il pallone, fino al mare, dalla quale superficie emergono i due grossi pilastri che assomigliano a due fari, e che possono essere tutto fuorché i pali di una porta perché manca la traversa.

Forse Calcio e acciaio è solo l'ultima buona, ottima storia di una letteratura del Nostos. Il grande campione partito da quel lido, dopo aver giocato nel profondo sud, caldo e magico, e nel nord opulento che l'ha reso famoso, torna, come un guerriero, con le sue vittorie e le sue sconfitte. A volte il calcio è un pretesto. Lo chiederemo all'autore.

Intanto, per chi ancora non lo conosce o ha bisogno di ulteriori informazioni, diciamo che
Gordiano Lupi è uno dei più seri e onesti cubanisti italiani, traduttore di Yoani Sánchez, alla quale ha dedicato un libro di interviste e per la quale ha curato le pubblicazioni del suo blog in Italia, e traduttore di autori di culto come Cabrera Infante (La ninfa incostante, Sur, 2012). Ha pubblicato i suoi libri con moltissime case, che sono saggi e romanzi, apprezzati dalla critica e da editor come Luigi Bernardi, che lo volle in Perdisa (Una terribile eredità, Perdisapop, 2009). Gordiano Lupi è lui stesso editore, Il Foglio Letterario, una piccola casa che ha saputo lanciare molti talenti, e si occupa di saggistica, narrativa, e poesia.

Marino Magliani: «Gordiano, il lettore guarda quel pallone in copertina e la quarta di copertina dove appaiono i leggendari Aldo Agroppi e Lido Vieri, rispettivamente, credo, mediano del Torino e portiere dell'Inter, e della nazionale. Ma neanche le immagini delle quarte riescono a ingannare se poi si legge: una vera storia di provincia, malinconica e decadente. Io però inizierei dal tuo sentirti toscano, anzi di Piombino, perché forse nasce tutto da lì, dal tuo tormentato rapporto col tuo microcosmo».

Gordiano Lupi: «Il mio rapporto con Piombino è solo d’amore, come per il protagonista, che torna sul luogo dove tutto ha avuto inizio, incurante dell’insegnamento gucciniano secondo cui non si dovrebbe mai ritornare. Certo, come tutti gli amori, è tormentato, non sempre va tutto bene, ma in questo periodo della mia vita credo che la mia provincia solatia dolce paese rappresenti una certezza. Qualcuno ha scritto che il romanzo compone un’epica della malinconia, in parte è vero, ma è anche un romanzo d’amore, una storia ricca di sentimenti forti che mi appartengono senza mezzi termini. Il calcio è l’ambiente dove sono cresciuto, dall’adolescenza all’età adulta, sono diventato un uomo correndo su un campo di calcio. Era inevitabile che prima o poi ci scrivessi un romanzo, perché un racconto lungo l’avevo già fatto (Il ragazzo del Cobre)».

MM: «E ora il libro, il ritorno del faticatore dei campi di calcio. Baudino parla molto giustamente di una saudade, un uomo che conosce il mondo e le luci della ribalta e poi torna, e si dedica a nuovi talenti. Sembra quasi che voglia riscattare qualcosa...»

GL: «Vuol trasmettere ad altri quello che lui ha avuto in dote dalla vita e vuol farlo a casa propria. Giovanni è un romantico, un idealista, ma al tempo stesso è un personaggio realistico, con pregi e difetti di un uomo invecchiato senza un amore, o meglio con il ricordo di troppi amori perduti. Il prezzo da pagare al successo è stato troppo grande e questo refrain malinconico torna spesso tra le pagine del romanzo. Non vuol perdere l’ultima occasione della sua vita, però. E farà di tutto per non avere altri rimpianti».

MM: «Fin quando non trova il talento da coltivare... Tu racconti la realtà, con le sue tragedie attraverso un linguaggio che ricorda le luci e le polveri di un realismo sucio».

GL: «Tarik è il calciatore marocchino in cui Giovanni rivede il suo passato. Per questo si dedica a lui come un talento da coltivare e fa di tutto perché le sue doti non vadano sprecate. Il calcio come metafora della vita, perché impegno e dedizione sono importanti, ma servono anche le occasioni giuste, la fortuna, l’ambizione per ottenere un risultato. Non sono il miglior giudice del mio linguaggio, ma direi che Calcio e acciaio è scritto con stile lirico e malinconico».

MM: «Certo, un lirismo arido e malinconico, che mi ricorda certi liguri, del resto siamo confinanti. E chiudiamo con Cuba: quanta narrativa cubana hai fatto conoscere in Italia! Chi stai traducendo?»

GL: «Cuba resta sempre una componente importante della mia vita, anche quando scrivo altro. In Calcio e acciaio c’è un personaggio di un arbitro di calcio (amico del protagonista) che un giorno va a Cuba, s’innamora di una ragazza, appende il fischietto al chiodo e si dedica al destino di quella terra affascinante. Si tratta di un personaggio marginale, Giovanni non condivide la sua scelta, dubita che l’amico possa aver deciso bene, ma il vecchio calciatore è un uomo incapace di colpi di testa, troppo abituato a vivere di certezze e di ricordi. Ecco, come Giovanni non mi assomiglia molto, invece il personaggio marginale dell’arbitro che cambia vita e abbandona il calcio sono proprio io… Scrittori cubani che traduco: Felix Luis Viera, un poeta straordinario, e ancora Yoani Sánchez, nonostante tutto...»

di Marino Magliani

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