Magazine Lunedì 5 agosto 2002

Gioann, il primo goleador

“Sono davanti a uno specchio con rifiniture in legno, dentro alla mia camera da letto, immerso nel silenzio più assoluto e mi guardo. Scruto la persona che sono e noto gli occhiali sul naso e i folti baffi. In mano una pipa. Sulla scrivania la mia Olivetti, fedele amica che mai tradirò per un computer. Ho appena finito di bere un bicchiere di rosso e fra poco mi accenderò una gustosa sigaretta”.
Così, probabilmente, , detto Gioânn, grande giornalista sportivo e scrittore, avrebbe iniziato la descrizione di se stesso, o meglio, il suo autoritratto, perché era proprio questo che sapeva fare: dipingere. Situazioni, persone, ambienti, non importa, comparivano sempre nitidi nella mente del lettore al quale sembrava di vedere un quadro ogni volta che leggeva un suo articolo.

Spesso è stato incolpato di essere prolisso, esagerato e intollerante alle critiche. Molte volte, scrivendo un pezzo su un derby, cominciava dalla sua cena della sera prima, descrivendo minuziosamente il ristorante, il cameriere e il proprietario. Magari per esaltare la città delle due squadre che si sarebbero dovute scontrare il giorno dopo, o solo perché gli piaceva così e basta.

Tanti lo hanno apprezzato, tanti lo hanno criticato, ma tutti adesso parlano come faceva lui! Perché è Brera che ha inventato termini come centrocampista, libero e palla gol, che ora sono entrati nel linguaggio di tutti i giorni.

Gianni Brera non solo aveva la capacità di coniare neologismi prendendo magari spunto dallo spagnolo o dal francese, ma si divertiva a dare soprannomi ai calciatori. Nel Milan giocava ancora Liedholm, eroicamente sollevando i ginocchi al modo dei lipizzani da parata. Il ragazzino portava i capelli all'Umberta e, valutato ad occhio, aveva il carrello un po' basso, le cosce ipertrofiche, il petto miserello [...] toccava di destro con raffinata misura: fintava di corpo domando la palla e quindi apprestandosi al dribbling, che non sempre aveva bisogno di fare: lanciava palle pulite, mai viziate di effetti difficili... (“Rivera, rendimi il mio Abatino”, La Repubblica, domenica 23 giugno 1985).

Chi di calcio se ne intende sa che Abatino era il termine negativo con il quale lui chiamava Rivera a causa del suo fisico esile, ma anche quello di Mazzola, che tanto gracile non era, ma che non si buttava sulle gambe dei suoi avversari, privilegiando un gioco più pulito. Rombo di tuono era invece Gigi Riva. Domenghini era detto Cursore e Boninsegna Bonimba.

Brera lavorò per molte testate tra cui “La Gazzetta dello Sport”, “Il Guerin Sportivo”, “Il Giorno”, “Il Giornale” e “La Repubblica” e i suoi colleghi raccontano come fosse sempre rigoroso nel rispettare gli spazi e i tempi, per nulla presuntuoso né arrogante.

Amante del bere tanto che possiamo leggere pagine dedicate a questa sua passione. Orgoglio d'un uomo è bere e capire sempre quel che si faccia, non solo bevendo. Prima attraversi a nuoto il Po traditore e la tribù ti promuove a vir in potenza. Ma sarai vero uomo se saprai bere mantenendo costantemente il cervello a pelo di brentina.

Morì nel 1992 per un incidente stradale proprio il giorno dopo che Andrea Maietti aveva iniziato un’intervista per scrivere un libro su di lui. Il libro uscì lo stesso nel 2000 con il titolo di “Addio papa Lombardei”.
Dopo dieci anni Brera è ancora presente nelle pagine sportive di tutti i giornali, perché il suo linguaggio non solo cambiò le regole di allora, ma persiste invariato tutt’oggi.

Che cosa ne sarebbe stato del mondo giornalistico sportivo se non vi avesse fatto parte, anche solo per un attimo, un personaggio come lui? Forse sarebbe rimasto piatto e monotono, non sarebbe stato caratterizzato da quel tono grazie al quale tutti gli italiani si riconoscono come tali. Da tifosa, quindi, seppur non sempre d’accordo con le sue opinioni, posso, e soprattutto devo, dire grazie.

Francesca Traverso
di Donald Datti

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