Magazine Mercoledì 26 febbraio 2014

Gaia Servadio. «Raccogliamo le vele» (di una vita straordinaria)

Particolare della copertina di Raccogliamo le vele, di Gaia Servadio (Feltrinelli)

Magazine - In copertina c’è una sua fotografia. Con occhi che «sembrano laghi di Groenlandia» e una mano d’artista a sorreggerle il mento. Raccogliamo le vele (Feltrinelli, 445 pp., 22 Eur) è l’autobiografia di Gaia Servadio, ispirata nel titolo a un verso di Virgilio.
Vive a Londra – dove si trova dal 1956 -, ha tre figli, una nipotina dagli occhi marroni, quasi trenta libri alle spalle.

Da bambina – siccome era ebrea - ha sperimentato cosa significhi non avere una patria, rinunciare ai diritti civili e sociali,senza una nazionalità. Deve scappare sempre: da Roma a Padova, a Osimo, nelle Marche, fino a Porto Recanati, per sfuggire ai tedeschi che irrompevano nel cuore della notte per traportarti verso il buio.

Per questo coverà sempre un odio sordo contro le ingiustizie anche perché «bisogna essere dei santi per perdonare, oppure bisogna essere Primo Levi». Andrà poi a Londra – nell’immediato dopoguerra – ad imparare a dipingere. Non appena i professori guarderanno la cartelletta dei suoi disegni, la ammetteranno.

Poi, il giornalismo. Sfruttando il suo soggiorno londinese aveva preso ad inviare articoli. Perfino al Mondo, il settimanale più cool del tempo. Le presero due pezzi, mentre pensava ad un rifiuto.
«Per me fu un’emozione. Ero giovanissima ed il Mondo il settimanale più autorevole di quegli anni. Ricordo mio padre incredulo e io pure. Pannunzio mi chiese soltanto di firmarmi – da quel momento in poi – come Gaio Servadio. Era difficile allora essere donna nel mondo del giornalismo».

Dopo il Mondo si era presentata anche a La Stampa, allora diretta dal mitico Giulio De Benedetti. Gli tacque di essere amica della figlia Simonetta, nonché moglie di Eugenio Scalfari. De Benedetti le chiese se avesse dimenticato la sottana giacchè era in minigonna.

Finì che prese tutti suoi articoli, a parte alcuni in cui aveva menzionato luoghi glamour come La Capannina perché La Stampa non faceva pubblicità a nessuno. Apprezzò che non gli avesse detto di essere amica della figlia. In effetti la sua cifra sarà sempre un ottimo giornalismo in cui la documentazione è fondamentale: «Faccio come una mia amica, all’università, leggo tutto, anche 80 libri e così mi impadronisco dell’argomento».

Per La Stampa sarebbe andata anche a Gerusalemme a seguire la guerra dei sei giorni, con Inge Feltrinelli. Quest’ultima scatterà una foto che finirà sulla terza pagina del quotidiano torinese. Gaia invece saliva su macchine scalcinate per andare a vedere i bambini con le mosche sugli occhi e scriveva di notte per dimenticare l’orrore a cui la luce del giorno la faceva assistere.
«Guardi, il giornalismo oggi è diventato soltanto interviste. In Inghilterra le posso dire che se ti attenevi alle regole, se non scrivevi quanto l’intervistato di turno ti chiedeva di mantenere off the record, ti facevano entrare nei loro templi. Una volta un giornale inglese mi chiese di scrivere un articolo sulla mafia concedendomi ben due settimane di tempo. Oggi sarebbe impensabile».

Sulla mafia ci avrebbe perso il sonno. Intervisterà il boss Angelo La Barbera, scriverà il libro Mafioso, oltre a To a Different World e una specie di biografia criminale dello stesso, farà un documentario per la BBC sulla mentalità  mafiosa e lavorerà per il quotidiano L’Ora diretto allora dal calabrese Vittorio Nisticò.
Diventerà amica personale di Boris Giuliano, il superpoliziotto che morirà prima di poter dimostrare che aveva le prove di quello per cui ancora oggi scoppiano certi affari irrisolti tra Stato e Mafia: poco prima di morire per una raffica di mitra saettata da una motocicletta, le confesserà di avere i nomi.

Nel 1967 – dopo quasi due anni che Cesare Garboli le aveva tenuto in sospensione il manoscritto – grazie ad una lettura attenta di Giangiacomo Feltrinelli e ad un colpo di telefono di Inge, pubblicherà Tanto gentile e tanto onesta (in inglese Melinda, dal nome della protagonista), una storia rivoluzionaria come il suo stile che giunge in Italia dieci anni prima del suo tempo e diventa un best seller anche all’estero. Per il fatto che – come dice lei – il «mondo della cultura di allora era così piccolo e ci si conosceva tutti», comincia ad intessere una rete di amicizie straordinarie. Da Philip Roth a Claudio Abbado, da Primo Levi a Federico Zeri, da Maurizio Pollini a Mario Praz.

Di Philip Roth dice che – secondo lei – lui non le ha mai perdonato di averlo visto mentre si trovava ad un mezzo millimetro dalla morte. Roth, cardiopatico, rischiò di morire ma poi si riprese.
«Philip è un uomo molto particolare. Vive solo a New York in una casa magnifica da cui si vede il Parco: non ama tanto avere gente intorno, fatta eccezione per alcuni amici e una ragazza-cuoca che gli cucina la sera. La cosa che oggi lo rende più felice è il non dover più scrivere. Legge circa tre o quattro libri alla settimana. Ci sentiamo al telefono per fare due chiacchiere, sulla musica, la famiglia, la politica».

Philip era un ammiratore sfegatato di Primo Levi e questi era terrorizzato dall’idea di incontrarlo perché aveva letto soltanto Il lamento di Portnoy e pensava di non sapere bene l’inglese mentre lo parlava benissimo.

«Federico Zeri era un amico. Tra noi esisteva una grande simpatia. Quando veniva a Londra era sempre a colazione da me e dal mio primo marito. Era un romano pulito, che ti diceva in faccia ciò che pensava: ad una mostra a cui andammo insieme, fatta di sole tele bianche, Federico mi disse che l’unica cosa interessante era il condizionatore appeso al soffitto. Accorse da noi il custode – mentre lo rimiravamo – per informarci che non faceva parte della mostra».

Con Mario Praz nacque un’amicizia che durò quasi vent’anni. Per esorcizzare la fama jettatoria dell’autore dello “straordinario” Mnemosine e de La carne, la morte e il diavolo (in inglese A Romantic agony), lo baciava sempre quando lo incontrava ma ancora oggi non sa quanto i romani abbiano capito quel piccolo uomo geniale con il baschetto nero e dalla solitudine sulla spalla.
Scusi, ma come fa a scrivere di tante cose diverse?
«Studio».

di Alberto Pezzini

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