Magazine Venerdì 2 agosto 2002

Diarrea in bottiglia

La leggenda di quel paese è vera.
Un giovane, un poco sognatore e addormentato, ma robusto e forte dal lavoro mattina e sera nei campi di patate, aveva commesso un errore.
Nel bar dove il sabato spendeva pochi spiccioli e beveva un bicchiere di vino uguale a quello di casa sua, aveva espresso duri commenti sui coetanei in divisa.
“Cretini e schiavi” li aveva definiti per un’antipatia verso il portamento eretto e per l’invidia del loro viaggiare e comandare. Lui invece era servo delle stagioni, della terra e dei genitori. Un ufficiale fascista lo venne a sapere dalla solita spia.
Il caso volle che nei medesimi giorni un cugino in seconda del ragazzo di campagna, era divenuto partigiano. Si diceva in paese che Matteo, il contadino sognatore, sapesse i nascondigli del parente ed amico.
Il gerarca genovese quando seppe delle frasi ingiuriose di Matteo e la fuga per la macchia del cugino, mise insieme i due fatti. Era certo di scoprire così i rifugi di quella colonna partigiana che tanto lo faceva penare. Matteo fu così portato dal gerarca nel terribile grigio edificio di Via Gastaldi. Il capo fascista era famoso per il suo scudiscio, che ogni giorno lasciava riposare in una bacinella d’acqua salata, prelevata in mare, per indurire lo strumento di tortura e, soprattutto, perché le ferite bruciassero di più per il sapore del sale.
Il ragazzo non negò, né chiese scusa. Matteo neppure confessò quello che non sapeva. Alla fine lo lasciarono andare via.
Trascorse due giorni in bagno per l’olio di ricino.
Cagava in una bacinella, poi con l’imbuto metteva la cacca liquida in una grande bottiglia.

Venne la resistenza.
Venne la liberazione.
I cittadini liberi ed i partigiani catturarono il gerarca. Lo insultarono, gli sputarono in faccia, lo picchiarono, lo frustarono. Stanco, a terra e legato, il gerarca implorava pietà quando vide avvicinarsi un uomo robusto e leggero. Teneva in mano una grande bottiglia.
Matteo la stappò con forza, aprì la bocca del gerarca che dovette bere la diarrea stantia e piena di vermi che lo aveva aspettato per lunghi anni.

Marino Muratore
di Donald Datti

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