Concerti Magazine Teatro Ariston Sabato 22 febbraio 2014

Sanremo 2014. Frankie Hi‑nrg: «L'hip hop è vivo, con o senza di me»

Frankie Hi-nrg
© frankiehinrg.tv

Magazine - Il caso di Frankie Hi-nrg rientra a pieno titolo nei misteri del Festival di Sanremo. Il rapper torinese è ultimo nella classifica provvisoria, quinto nell'airplay radiofonico, mentre un collega appena diciannovenne – Rocco Hunt – s'impone con il 75% delle preferenze del pubblico da casa portandosi a casa il premio per le nuove proposte.
«Si vede che il mio pubblico non ama televotare», scherza con filosofia Francesco, come ci tiene a presentarsi mentre ci stringiamo la mano.

L'hip hop s'impone a Sanremo con Rocco Hunt. Il rap italiano allora è vivo.
«Senza dubbio. Ed è in uno stato di salute perfetto anche se di me. Lo è stato e lo sarà ancora, anche perché io sono un eretico del hip hop».

Di Rocco Hunt che dici?
«Che spingerebbe al televoto anche chi non ha un telefono (ride). Ha un candore espressivo davvero cristallino, che è tale per cui anche se non ti piace la canzone non può non piacerti Rocco».

Ieri con Fiorella Mannoia, su Boogie hai dato prova di essere un buon ballerino...
«Grazie, ma con Fiorella è possibile tutto, anche ballare. Sai, muovermi sulla musica mi è sempre piaciuto e l'ho sempre fatto a ogni concerto. Per il pezzo di Conte abbiamo provato un minimo di coreografia, anche se alla fine ci siamo dimenticati tutto. Contento che però il ballo sia venuto bene».

Nei giorni scorsi hai parlato del tuo nuovo album, Essere umani, spiegando che con la maturità sei diventato «compassionevole». Una parola senza dubbio inusuale per te. Cosa significa?
«È un concetto a cui tengo molto. Compassionevole non perché provo compassione nel senso religioso del termine, ma nel senso etimologico della parola: cum patere, provare con. Ovvero, non mettersi in una posizione superiore rispetto a chi la riceve, ma porsi sullo stesso piano, per condividerne le passioni, i problemi, l'intimità. Piuttosto che puntare l'indice, sono io che mi chiedo: quanto c'è di me in quello che critico negli altri?».

Il prossimo 26 febbraio dai l'inizio dalla Feltrinelli Piemonte di Milano al tuo tour InStore. Da torinese, come vivi la metropoli del Nord?
«Sai, io sono un torinese atipico: sono figlio di genitori siciliani, ho vissuto un po' dappertutto in Italia e mi piace definirmi Un italiano comunque. Poi certo, ogni città che s'incontra è meravigliosamente diversa, nella storia, nella cultura e inevitabilmente nel pubblico. Torino, ad esempio, ha un pubblico molto educato, colto, ha un'attitudine diversa nei confronti delle arti. Milano invece è una città ibrida, fatta di tante cose: una macedonia dove c'è dentro la fetta d'ananas come il chicco d'uva. Ognuno può prenderne ciò che vuole».

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