Magazine Mercoledì 24 luglio 2002

Vita di Provincia (2)

Devo dire la verità, la mia condizione sprivilegiata di provinciale di cui vado tanto fiero (vedi: ), è sempre stata mediata dal fatto di avere un cittadino in famiglia: mio padre, che abitò per molti anni in viapiantelli, alle spalle del carcere e del campo da calcio di marassi, e sui quali mi raccontava fantastici aneddoti di cui forse un giorno farò testimonianza. Questa "cittadinanza spuria” ereditata mi ha sempre garantito – finchè lui c’è stato – molte cose. Tra le altre, una guida straesperta, che accompagnava la moglie provinciale amante d’arte nei luoghi più reconditi della città in cerca di chiese e oratori da visitare. Ricordo il suo “passiamo di qui” deviando verso vicoletti stretti e scuri che sfociavano poi magicamente a destinazione. E’ una pratica che ho seguito anche io, durante il primo semestre del terzo anno, quando sfruttavo la pausa tra le lezioni per girare nei vicoli sotto viagaribaldi. E ricordo di aver un giorno seguito, più per curiosità che per reale necessità, l’antico adagio che ogni visitatore di Genova prima o poi ascolta: “Se ti perdi, vai verso il mare, e troverai un posto che conosci”. Già, il bello della vostra città è che ha un alter ego che è lo specchio di mare che le sta davanti, che è confine e al tempo stesso porta verso l’esterno. Comunque, partendo da viagaribaldi tagliai, scendendo, a passo spedito, attraverso vicoli costellati di cassonetti e piscia di cane. Ed effettivamente, dopo un po’, arrivai nei pressi di piazzabanchi, luogo conosciuto. Delle mie peregrinazioni natalizie (e non) di bambino con la famiglia ricordo un’altro particolare, che testimonia un po’ il grado di “stranezza” di questi nostri “grand tour” nei vicoli. Era il 1992, ricordo l’anno e capirete perchè. Destinazione palazzospinoladipellicceria. Io avevo tredici anni da compiere, l’età giusta in cui si fanno domande a iosa e si risulta naturalmente antipatici a tutti. Arriviamo, compriamo il biglietto e visitiamo il palazzo, la galleria degli specchi, e torniamo a inizio piano. Io cerco di sgattaiolare al piano di sopra che è chiuso per restauri seguito dagli improperi materni e dai richiami educati della giovane bigliettaia e mio padre (che auspicava un incontro con gli alieni se non altro per attaccare bottone anche con loro, con quella sua non scontatezza che lo caratterizzava) chiede il perchè di così poche persone presenti. La bigliettaia risponde snocciolando una statistica sconvolgente: non ricordo con chiarezza, ma qualcosa come 7 persone al giorno durante i week-end, gli altri giorni deserto dei tartari più completo. Si sperava nelle colombiane (o colombiadi? Boh, non s’è mai capito) per un aumento delle visite. Tornai a casa con la sensazione di aver fatto qualcosa di straordinario, forse anche un po’ strano. Fu soltanto qualche anno dopo che il mio amico Stefano venne a raccontarmi di essere andato a visitare con un’amica appassionata d’arte un palazzo nei vicoli “...aspetta che non ricordo il nome... Palazzo Spinola...?”. Sorrisi fra me e me: 1-0 palla al centro.
di Daniela Carucci

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