Magazine Mercoledì 24 luglio 2002

Il Vescovo e Calvino (parte IV)



Due giorni dopo il vescovo entrò di nuovo in libreria.
- Vuole ordinare qualche altro testo sacro? -
- No Jerry. Vengo semplicemente a comprare tutti i libri di Calvino. Italo naturalmente - sottolineò il vescovo ridendo. - L’altro non mi interessa.
Da quel momento il vescovo, per mattine e sere, si deliziò con Marcovaldo, sognò il tappeto di Eudossia, i fili di Ersilia, l’ottovolante di Sofronia, si divertì una notte d’inverno con un viaggiatore, sorrise con le suore del Cotolengo all’ombra di uno scrutatore, rifletté sulle combinazioni dei destini incrociati, soffrì nel camminare sui monti che conducevano a sentieri di nidi di ragno, rise con Ti con le follie di Qfwfq. Il vescovo non amò, perché non comprese, il visconte dimezzato: era inconcepibile la storia di un io diviso.
Da quel momento però il prelato in pensione divenne il più assiduo frequentatore della libreria. Odile e Zazie, Metello, Larry di Maugham, Macondo di Marquez divennero parte dell’universo immaginario del vescovo che divorò in pochi mesi intere opere di anni.
Il Giappone di Mishima, l’Egitto di Mafuz, il Sudafrica della Gordimer, l’Argentina di Borges erano i nuovi orizzonti.
Quell’uomo di settantaseianni anni di vita dedicata al Cristo, comprese di aver dimenticato la vita.
Era rimasto come Cosimo Piovasco Rondò, per anni sopra ai rami degli alberi, senza neppure volgere lo sguardo al mondo lontano, come invece perlomeno facevano gli abitanti di Bauci.
In quel rinascimento di un vescovo, l’uomo si imbatté più volte nelle pubblicità che riproducevano giovani donne senza veli, corpi che non nascondevano nulla di ciò che la natura aveva donato.
Il vescovo, che fin dal tempo in cui era stato seminarista aveva duramente combattuto la mano che ogni tanto sfuggiva, che aveva punito duramente il sesso ribelle fino a liberarsi da ogni stimolo per consacrarsi a Dio, guardò con gioia quelle foto. Non era più in grado di provare piacere, ma il suo cuore, i suoi occhi compresero che quelle forme erano degne dell’opera perfetta della creazione.
Rimpianse il tempo perduto durante le passeggiate serali e notturne, tra le torri del centro storico.
Vecchi e decadenti resti di un antico quartiere medioevale nascondevano povertà, puzza, sofferenza, squallore. In quelle case si nascondevano donne bellissime e bambini che non avevano scelta: dovevano divenire delinquenti se volevano sopravvivere in questo mondo.
Il vescovo aveva avuto occasione per più di un trentennio per lavorare per la giustizia, senza accorgersene, senza cogliere nemmeno il segno di ciò che lo circondava un isolato più in là.
Non divenne comunista, troppo radicata era la sua fede, ma il vescovo in pensione inviò anonimamente denaro, per far studiare ragazzi intelligenti, si impegnò perché giovani donne trovassero occupazione fissa nelle cooperative agricole democristiane.
quel vescovo, le poche volte che fu invitato a commentare testi sacri, stupì i presenti raccontando la forza inesauribile dell’amore. E senza nominare, come sempre aveva fatto, il peccato originale, il senso di colpa, la sofferenza di Dio, il terribile giorno del Giudizio Universale.
Sei mesi dopo però un parroco di campagna trovò quell’uomo sdraiato nel letto: non stava meditando, dormendo o pregando: era morto.
Il parroco fece scomparire dalla stanza libri, riviste sconsigliate dalla Conferenza Episcopale, che. dovevano essere stati acquisti frutto della demenza senile che aveva colpito un vescovo pio e fedele al Signore.
La cerimonia delle esequie del vecchio vescovo fu maestosa, si ricordò tutto quello che il Prelato aveva rappresentato durante il suo Apostolato di Pastore di anime nella diocesi. Nessuno venne a conoscenza che invece quell’uomo gli onori se li era conquistati solo negli ultimi mesi di vita.

Marino Muratore
di Donald Datti

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