Magazine Mercoledì 24 luglio 2002

In vescovo e Calvino (parte II)



Il vescovo andò in pensione all’età di settantasei anni. Da molto tempo, forse da sempre, desiderava l’avvento di quel momento, ma il Santo Padre più volte l’aveva pregato di continuare la sua missione ancora un poco. E così erano trascorsi anni. Era però giunto il momento tanto agognato per dedicarsi a ciò che aveva sempre sognato.
Il secondo giorno di libertà, il vescovo si vestì con gli abiti di sempre e scese nel centro storico. Entrò nella libreria pastorale, vicino alla sua nuova abitazione, che rimaneva nei pressi della sede vescovile dove fino a due giorni prima aveva esercitato per più di trent’anni la sua missione pastorale.
- Buonasera Eccellenza, posso servirla? - domandò Jerry, uomo pio e di fede. Era stupito di trovarsi di fronte il vecchio vescovo in pensione, che entrava per la prima volta nella sua libreria. E ciò nonostante Jerry avesse sempre rispettato le scelte e gli ordini del Capo della Diocesi. Mai il libraio aveva permesso l’arrivo di libri non graditi dal vescovo, libri non cosigliati dalla Conferenza Episcopale. Nei suoi scaffali non era mai apparso Hans Kung. Le uniche aperture erano state verso Michel Quoist e Frere Roger Schulz, anche se con molta diffidenza.
Da anni, durante la settimana, curati e seminaristi venivano a prelevare i libri rari e le edizioni di valore che arrivavano da Roma per quel vescovo, che amava solo lo studio della Bibbia. Jerry non si era mai infastidito per le mancate visite del vescovo alla libreria, ne conosceva le difficoltà a mischiarsi con la folla anonima.
Il vescovo poi non amava perdere istanti del tempo libero. Confrontare i testi in ebraico, in greco antico, in aramaico con le traduzioni romane: quella era l’unica passione, alla quale dedicava anima e corpo, del Capo della Diocesi.
Il resto erano fastidi ed inutili distrazioni, a quella che era la sua unica vocazione: l’esegesi del testo sacro.
Gli intrighi di palazzo, la lotta contro il mostruoso pericolo rosso e comunista che aveva per anni attanagliato quella città pia, il dover richiamare parroci troppo libertini o, ancor peggio, di idee socialmente rivoluzionarie, il dover ascoltare le raccomandazioni dei fedeli per parenti in disgrazia, erano state necessità alle quale non poteva non sottoporsi, ma che toglievano energie alla sua missione di insigne biblista.
La cosa che aveva sempre più odiato era stato però il pazientare di fronte alla gente che reclamava soldi, case, occupazione, miracoli di ogni genere. Il vescovo ogni volta si domandava perché quegli individui si rivolgessero a lui, senza invece affidarsi completamente alla Provvidenza, al Signore? Non conosceva forse la gente la saggia frase “Aiutati che poi il Cielo ti aiuta”? Eppure ogni giorno gente del centro storico, di piccoli villaggi di parrocchie dell’entroterra aveva disturbato la sua quiete.
Giobbe, Davide, Esaù, Salomone, Tobia, Amos, Ezechiele, i Re, i Profeti, Giona erano quelli i personaggi che il vescovo sognava con gli occhi aperti.
Cuore e cervello trascorrevano ore nell’attesa di comprendere i significati reconditi di frasi, che in apparenza non volevano dire nulla di particolare ma, a chi conosceva la Bibbia, rivelavano storia, informazioni ed insegnamenti di vita. La specialità del Vescovo era poi mettere in collegamento, rimanendo nell’ortodossia, frasi lontane di diversi profeti, scoprire le anticipazioni di uno nei confronti dell’altro, e il completamento che il successivo apportava al messaggio del precedente. Tutti avevano sempre riconosciuto a quel monsignore tali capacità.
Ma da giovane, un Santo Padre già morto da tempo, l’aveva quasi costretto ad abbandonare la Biblioteca Pontificia, per raggiungere quella diocesi sperduta.

di Donald Datti

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