Magazine Mercoledì 24 luglio 2002

Il Vescovo e Calvino

All’età di settantasei anni il Vescovo andò in pensione.
Quell’Alto Prelato io però l’avevo conosciuto anni prima, quand’ero ancora bambino. Il parroco gli aveva parlato di me e così mi ritrovai, durante una visita pastorale, di fronte a quel corpo imponente.
- Vedi - mi disse subito il vescovo - Se il Signore ti ha chiamato devi seguirLo. Senza perdere tempo. Perché chi non segue la propria vocazione è destinato a soffrire poi tutta la vita. Ed io che amo lo studio lo so -. Pronunciando quelle parole la faccia rotonda assunse un’espressione di dolore, che io, col senso di colpa che i bambini provano di fronte ai grandi, interpretai rivolto a me. Temevo che il capo della diocesi paventasse già il mio tradimento dal sentiero, già segnato per me, del seminario.
Solo molti anni dopo più tardi venni a conoscenza della ragione della tristezza che provocava la parola vocazione al Vescovo. Però, molto prima di conoscere la vita privata di quell’uomo, l’incontrai una volta successiva, quando io avevo appena superato l’adolescenza. Il Vescovo m’aveva convocato nel suo grande studio con il camino, insieme ad un amico. In quella stanza del palazzo curiale, perla di un meraviglioso centro storico ricco di torri e di vie strette, l’Alto Prelato mi chiese ragioni della mia scelta di obiezione di coscienza al militare.
- Perché? - mi domandò - Noi siamo cittadini di questo Stato ed all’occorrenza dobbiamo difenderlo. Non possiamo esimerci di pagare il giusto tributo a Cesare. Solo in questo modo potremmo essere di Dio -. Il tono infastidito del vescovo era lezioso, di chi doveva illuminare ragazzi sconsiderati e ribelli, che per eccesso di zelo si erano trasformati in pericolosi rivoluzionari. Chissà, mi domandai, se si ricordava del nostro incontro precedente, di quando, secondo l’opinione di altri diversi da me, ero promessa sacerdotale.
Ascoltò con fatica e con noia le nostre critiche al sistema di morte che stava sotto la scelta della divisa. Il vescovo si fermò in silenzio alcuni istanti prima di concludere che ormai, sfortunatamente, non c’era più nulla da fare per riparare quell’errore. “La frittata era fatta”: noi avevamo già fatto domanda, ed il ministero aveva risposto, il responsabile della Caritas diocesana aveva accettato la nostra presenza, dimenticando di informare la Curia.
Da quella volta non lo vidi più, se non i pochi secondi nei quali, con il dolore sul viso, mi annunciò che un mio caro amico sacerdote era morto in missione.
La mia vita prese altre strade, molto lontano dalla Chiesa, dai gruppi legati alle parrocchie.
Nonostante ciò di notte mi veniva in mente quel viso enorme, quel corpo massiccio nell’abito nero ed un po' ridicolo con quella papalina rossa sulla testa.
Il motivo di quel ricordo era semplice. Soffrivo perché sentivo di aver tradito la mia vocazione.
Il desiderio di viaggiare, di conoscere persone del mondo, di stupirmi di fronte a paesaggi mozzafiato, nascosti ed impenetrabili, il mio sogno di raccontare attraverso le fiabe le storie della gente che incontravo, era tutto svanito.
Oramai vivevo una vita che non conoscevo.
E così, come monito o forse come speranza, mi tornava alla mente il vescovo mentre diceva: - Si soffre quando si tradisce la propria vocazione. Ci si può salvare lo stesso, perché Dio è buono, ma è molto più difficile. La vita è già fatica che ancora accresce quando non si fa quello che si ama.
In fondo quell’uomo bigotto, era stata l’unica persona in carne ed ossa che mi aveva detto che bisognava seguire i propri sogni e non cercare il compromesso.
Trascorsero anni e mi dimenticai del vescovo, fino a quando seppi da un amico del tempo passato, che era morto.


di Donald Datti

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