Concerti Magazine Mercoledì 24 luglio 2002

In ricordo di John

Come una frustata, flash smozzicati, 57 anni, Las Vegas, no droga, ma cuore, alla vigilia di un nuovo tour americano. È morto John Entwistle...

Penso al mio amico Sandro, per cui gli Who sono un po’ della sua famiglia. Il nostro Entwistle... La sveglia all’alba di quell’indimenticabile 28 marzo 1980. Non solo perché stavamo andando a Zurigo a vedere gli Who. Preso a Principe il primo treno per Milano, proprio nei momenti in cui i carabinieri facevano irruzione in una base delle B.R. in Via Fracchia e ammazzarono i quattro brigatisti che vi risiedevano. Lo scoprimmo solo al ritorno il giorno dopo. E così tutto il casino che era successo.
Che strano come una stessa data sia indissolubilmente legata a fatti tanto diversi.
Nacquero brigate 28 marzo e così via. Per me e per Sandro 28 marzo erano, finalmente, dal vivo, lì davanti, fisicamente The Who. Sino a quel momento erano stati decine di vinili, 33 e 45 giri, compresa la ristampa del mitico I’m the face degli High Numbers, che sarebbero diventati gli Who, gli abbastanza rari filmati (allora non esisteva il fenomeno video nella misura odierna).

Raggiungemmo in metrò, assonnati e agitati nello stesso tempo, il Castello Sforzesco, punto d’incontro per la partenza in pullman, verso Zurigo. Lì un bel po’ di fan, come noi provenienti da tutta Italia. A bordo la “solita” atmosfera di queste occasioni, sound a tutto volume, scherzi, impazienza. Ricordo dei ragazzi di Modena o di quelle parti che, ad ogni fermata, più o meno prevista, ad ogni intoppo, lanciavano con il classico accento emiliano un “allllooora!”, che divenne un tormentone in quella “trasferta” e anche successivamente.
Zurigo fu solo, e non poteva che essere così, l’Hallenstadion, una mega–struttura al coperto. Facevano servizio d’ordine nerborutissimi appartenenti agli Hell’s Angels. Per noi che avevamo negli occhi le immagini di Altamont… H. H. Germany o Switzerland era scritto nel retro dei loro giubbotti in pelle nera. La coda fu, dunque, ordinatissima. Nessuno osò protestare, anche se, a dire il vero non ce ne fu nemmeno la necessità.

Poco da dire sul concerto perché fu troppo tutto. Nel senso della passione, un misto di gioia, lacrime, partecipazione (moltissimi gli Italiani presenti), cantare all’unisono, urla.
Cominciato con Substitute, terminò, dopo una cavalcata straordinaria, con The Real Me. Una comunione completa tra il pubblico scatenato e gli Who sul palco.
Tranne lui John, di lato, immobile, come avevamo imparato a vederlo, a conoscerlo dai filmati di Woodstock, dell’isola di Wight, dei concerti mod in UK. Distillava suoni magici da un basso, che non eravamo abituati ad ascoltare provenienti da tale strumento, padroneggiato con una sicurezza pari solo alla ieraticità del personaggio. L’unico movimento che faceva era quello di prendere, ogni tanto, uno dei tanti plettri, attaccati all’asta del microfono e gettarli in platea. Chissà come, ancora oggi non me ne rendo conto, nella mischia infernale, riuscii a prenderne uno. L’ho conservato in questi 22 anni, fra un trasloco e l’altro.

Quando ho saputo la notizia della sua morte sono andato a cercarlo, prima di andare in ufficio.
L’ho preso in mano. È un Herco, nylon heavy gauge, grigio chiaro. Mi sono emozionato ancora, di nuovo.
John non se ne è mai andato.




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