Magazine Mercoledì 19 febbraio 2014

«Abbiamo fatto l'amore, ma non mi cerca più». Lo psicologo risponde

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Magazine - Ho 34 anni e due settimane fa ho iniziato a parlare in chat con un ragazzo di 3 anni più giovane, che abita a circa 50 km da me, e con cui si è instaurato subito un ottimo feeling. Ci siamo sentiti al telefono qualche giorno dopo e lui si è subito mostrato interessato a un incontro. Così, essendo riconfermate anche telefonicamente le stesse vibrazioni positive che avevo avvertito in chat, decido di accettare. Ci vediamo qualche giorno dopo.

L'incontro è stato molto positivo, abbiamo parlato tutta la sera, trovato un sacco di interessi comuni, siamo due tipi scherzosi e ironici, a cui piace parlare con chiarezza. Lui si è dimostrato molto interessato, attratto e anche pieno di piccole attenzioni nei miei confronti (abbiamo preso la sua macchina, ha voluto pagare tutto lui).

Prima di salutarci ci siamo baciati e la serata si è conclusa piacevolmente. Passano altri quattro giorni (nei quali è quasi sempre stato lui a cercarmi e a propormi di uscire) e ci rivediamo. Stesse impressioni positive riconfermate.

Stavolta finiamo la serata a casa mia e facciamo l'amore. Tutto molto bello e coinvolgente. Tuttavia, da lì, mi sono iniziati a scattare dei dubbi: ma lui come intenderà questa cosa? Io, se vado avanti, mi coinvolgo mentalmente sempre di più, ma lui sarà coinvolto allo stesso modo? O si vorrà solo divertire qualche sera? Mi trovo a pensare che con questa persona potrei starci bene, a mio agio, che parliamo, scherziamo, condividiamo cose, facciamo bene l'amore e inevitabilmente sto già fantasticando su un possibile prosieguo di questa frequentazione.

Lui, la sera del nostro ultimo incontro, mi ha congedato dicendomi: «sai che io non potrò esserci più di tanto» riferito al fatto che in questo momento è molto preso dal lavoro che lo impegna anche i fine settimana.

In ogni caso questa sua uscita mi ha lasciato un po' perplessa e ho voluto togliermi subito il dente, scrivendogli una mail molto tranquilla e schietta nella quale gli chiedevo cosa intendesse, se fosse un discorso meramente professionale, oppure se avesse la certezza, in questo momento della sua vita, di non volersi coinvolgere sentimentalmente. Ho voluto giocare a carte scoperte.

Capire cosa potevo aspettarmi o non aspettarmi da lui. Lui mi ha chiamato il giorno dopo dicendomi che, come me, è incuriosito da cosa potrà nascere dalla nostra frequentazione. Ha detto che non la considera una botta e via e che i suoi discorsi sul non poter esserci troppo dipendono da questo periodo lavorativo intenso e dal fatto che, abitando a 50 km di distanza, tante brevi occasioni per vedersi, che potrebbero capitare a due che abitano dirimpetto, ci saranno precluse.

Ma entrambi siamo concordi sulla qualità del tempo che si passa insieme, piuttosto che sulla quantità. Mi ha detto che lui è uno che parte molto 'diesel' e coi piedi di piombo, ma che l'impressione che ha avuto di me è positiva e che l'interesse a vedere cosa ne sarà di noi ce l'ha.

Ha detto anche che la mail che gli ho scritto gli ha fatto molto piacere e che la condivide su molti punti. Tuttavia, da questa telefonata, che è avvenuta due giorni fa, non si è più fatto vivo. Mi ha accennato che avrebbe voluto rivedermi presto, compatibilmente coi nostri impegni, ma nessuna conferma, né un messaggio, niente di niente.

Neanche io l'ho più cercato anche se ovviamente muoio dal desiderio di farlo, ma so che forse adesso potrebbe essere controproducente per me. Che ne pensa? In fondo il tono di quella telefonata è stato piuttosto rassicurante e invece non riesco per niente a essere tranquilla, ho paura che lui si voglia solo divertire un po', che voglia vedermi quando ha tempo e voglia, e temo di vivere solo una grossa illusione e delusione (purtroppo vengo da una storia finita molto male, con uno che mi ha riempito di promesse eterne e poi mi ha mollata per un'altra dalla sera alla mattina).

Insomma, capisco che sia oberato di lavoro, ma se io mi sento attratta e interessata a una persona, mi trovo inevitabilmente a pensarla, e almeno un segnale per dirle: «ci sono, anche se sono distante, anche se sto lavorando, ma ti mando un pensiero». A me verrebbe naturale mandarlo. Secondo lei come devo interpretare questo comportamento? Come il fatto che è un uomo e che quindi non dà importanza a queste cose, vedi i messaggi e le telefonate?

È normale che non dia segni di vita per due giorni? Sta meditando su di noi? O forse non è così coinvolto? E io faccio bene a non farmi viva e aspettare un suo segnale? So che l'uomo, checché se ne dica, ama sempre fare la parte del cacciatore. Oppure magari un segnale leggero e non pressante potrei mandarglielo, senza correre il rischio di spaventarlo o rovinare qualcosa?
Grazie,

Sissi


Buongiorno Sissi,
Da quando ha inviato la sua storia a quando vedrà questa risposta saranno passati tanti giorni e credo che saranno successe anche molte cose, in un senso o nell altro. Purtroppo questo servizio non ha le caratteristiche di un pronto soccorso e neppure io ho le capacita di indovinare quali sono le vere intenzioni di persone che, in fondo, conosco solo grazie a delle stringate descrizioni.

Quello che invece posso fare è aiutare lei, e chi come lei si trova in situazioni simili, a riflettere meglio su quello che sta accadendo dentro e attorno a noi.
Perché il mondo è cambiato e continua a cambiare cosi rapidamente che bisogna aggiornarsi per saper affrontare  l'incognita di un rapporto con un altra persona.
E gia prendere atto di questo, non è poco.

La prima cosa sulla quale vorrei farla riflettere è che oggi siamo diventati tutti bravi a parlare. Ci sono manuali che lo spiegano. Corsi di formazione che lo insegnano. E poi ci sono giornali, programmi tv, social network, ed, ahimé, illustri esponenti del nostro vasto panorama politico che sono un esempio evidente di come non vi sia più nessun nesso (e nemmeno nessun obbligo) tra ciò che si dice e ciò che si pensa.
Men che meno, tra ciò che si dice e ciò che, poi, si fa.

E di questa facilita a dire, raccontare ed apparire, senza avere alcun nesso con il fare dovremmo tener conto nelle nostre relazioni. Ma non è questa l'unica variabile. In più vi sono le emozioni. Con le loro caratteristiche.  E le emozioni, per definizione, sono relative al qui ed ora. Il che significa che quello che sento lo sento davvero adesso, ma non è garantito che lo sentirò, uguale, anche tra un po' o domani o tra un mese.

E poi ci sono i contesti. Ovvero le condizioni pratiche in cui ci si trova e che hanno la loro influenza nell'influenzare i nostri pensieri e le nostre emozioni. E dunque i nostri comportamenti. Ed infine ci sono le aspettative.

Ovvero, cosa ci si aspetta che accada. E qui la confusione aumenta.
(e non mi riferisco soltanto a tutti i suoi, tanti, troppi, caotici pensieri che le hanno invaso la  testa con mille ipotesi tumultuose).

Credo di essere gia stato abbastanza pedante e dunque non insisterò nel definire cosa sono le aspettative. Ne parlerò di quali possono essere i problemi che derivano dall'avere troppi pensieri che girano tutti assieme come delle trottole.

Ma, piuttosto, scelgo di fare a mia volta una domanda. Premesso che, sì, vagamente abbiamo, tutti, la stessa idea di cosa significa una botta e via (forse) ma siamo sicuri di avere, tutti, la stessa idea di che cosa significa una storia seria?

Non mi metterò a sciorinare definizioni ma, giusto per dare un piccolo input, vorrei ricordare a tutti che, mia madre, donna serissima del '900 non dell'età della pietra, in tutta la sua vita  non è mai  entrata, da sola, in un bar.

Oggi conosco altrettante donne, serissime, che entrano abitualmente nei bar da sole e non c'è alcun  motivo di sorpresa. E per par-condicio, c'è il forte sospetto che quello che, appena cinquant'anni fa poteva essere definito un marito serio (tutto casa e chiesa si diceva) oggi sarebbe definito un marito mortalmente noioso.

Ecco, ora lei mi dirà: sì ma cosa c'entra con la mia storia?

C'entra! perché in una società come quella attuale, così stimolante ma anche cosi cangiante, si devono attuare nuovi modi di affrontare i rapporti con gli altri,  facendo attenzione a non mischiare legittime aspirazioni contemporanee,  con vecchi sogni di un' epoca ormai sorpassata, se pur di recente.

Questo vuol dire che le vecchie regole di corteggiamento e di comportamento tra uomini e donne (e tra mogli e mariti)  non funzionano più cosi bene e non sono più condivise,
mentre di nuove regole non ce ne sono ancora e tutti si muovono con un alto grado di confusione.

A volte questa confusione serve a coprire intenzioni egoistiche, ma molte altre volte la confusione nelle condotte è agita in perfetta buona fede e non nasconde nessun sotterfugio, ma solo la reale mancanza della consapevolezza di ciò che si desidera davvero.

Morale? Lo chiami. Sentitevi. Provateci. Discutete. Mettetevi alla prova. Ma non stupitevi se è molto più facile dire, promettere, sognare e sperare, che non, poi, fare davvero quello che si è detto, promesso, sognato e sperato. E non pensate di avere sbagliato se provate la sensazione che è ancora più difficile continuare a farlo bene e con passione, nel tempo.

Non credo che qualcuno abbia la ricetta giusta per risolvere, oggi, questo problema.
Cosi mi limito a  ricordare a tutti, che, anche in amore, vale la regola che Rockefeller applicava alle imprese e negli affari:  Sognare in grande, Partire in piccolo.
E avere fiducia in se stessi (più che negli altri).

di Marco Ventura

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