Magazine Sabato 20 luglio 2002

G8 a tinte noir

Terza puntata



I giornali del venerdì titolavano “Omicidio in piena Zona Rossa. È caccia all’uomo. In pieno summit la polizia trova una ventitrenne strangolata nel centro storico”.
Zona Rossa. I cronisti, ricorrendo alle loro doti creative, potevano così concludere all’unanimità che i casi erano tre: o era stato un poliziotto, o un giornalista, o uno qualunque degli otto capi di stato. Visto che non erano ai livelli di Agatha Christie, nessuno di loro aveva pensato agli otto capi di stato tutti insieme. E l’idea di prendere in considerazione tutti i genovesi dotati di Pass residenti dentro la Zona Rossa, non avrebbe fatto notizia.

Uscito dalla casa di Giorgia, prima di chiamare anonimamente la polizia, mi ero cercato un alibi: Pino. In molti potevano avermi visto entrare da Pino ma nessuno sapeva che ne ero uscito. Una mezz’ora, e su questo concordavamo sia io sia Pino, che avevo passato all’interno della trattoria con la saracinesca semi abbassata. Passai il resto della giornata nella mansarda di Vico Vegetti, per cercare di mettere in ordine gli elementi che avevo per trovare, da solo, l’assassino di Giorgia. E secondo le mie personali regole del giallo, quell’assassino, non dovevo essere io.

Il venerdì, dopo aver letto i giornali, passai dal cileno del mio palazzo. Lui sapeva tutto dei palazzi del centro storico, conosceva i sistemi per entrare ed uscire da ogni appartamento senza dover per forza passare dalla porta d’ingresso. Ponteggi, impalcature, scale esterne, finestre affacciate sul balcone del vicino, grondaie e tubazioni del gas... questo era il suo mestiere. In casa mia era entrato una sola volta dalla porta, su convocazione, e una decina dalla finestra portandosi via tutto il superfluo. Un televisore, un’antenna parabolica, un telefono cordless nuovo e tutto ciò che non avrei mai usato. Avevamo sancito un tacito accordo sui beni che, pur essendo rivendibili, non poteva rubare. Altrimenti mi arrabbiavo. La mia Nikon, il kit con registratore Minidisc e coltellino svizzero, i miei libri, alcuni cd degli U2 (non che fosse troppo interessato al genere, comunque) e un computer portatile. Su tutto il resto, era aperta la trattativa in cambio di informazioni.
«Buongiorno Mr Fermo, aspetti che spengo la tv» mi accolse aprendo la porta. La tv era mia.
«Buongiorno. Voglio sapere come si fa ad uscire da un appartamento di vico Lepre senza passare dal portone».

«Aspetti che controllo». Il cileno andò in cucina e tornò con una cartina dei vicoli. Una serie di segni incomprensibili coprivano i nomi delle strade.
«Mi serve anche il numero civico» disse.
«Che cacchio ne so! Vico Lepre e stop. È urgente, non farmi perdere tempo...». Il cileno studiò la cartina.
«Le uniche impalcature presenti nella zona sono dotate di antifurto» spiegò, controllando i suoi simboli «ma secondo i miei dati, aggiornati all’altro ieri, tutti i palazzi hanno un cortile interno da cui si può uscire nei vicoli passando attraverso i bassifondi. Basta così?»
«Per ora sì. Questo è per il disturbo» gli misi in mano il cavalletto della mia Nikon. «Lasci stare» mi disse dopo aver valutato il valore dell’oggetto. «A che ora rientra, Mr Fermo?»
«Non prima di stasera. Ma sai cosa non devi toccare».

Il cileno formulò velocemente il suo programma per la giornata e mi guardò soddisfatto, poi salutò e si sprangò in casa. «I ladri, in casa mia, non entrano mai» mi ripeteva, considerando solo il proprio punto di vista.
Uscii dalla casa del cileno e trovai ad aspettarmi un agente in borghese. Ci conoscevamo già per un’intervista in cui io recitavo la parte dell’intervistatore e lui dell’intervistato. I ruoli si capovolsero. «Sei tu Fermo?» fu la sua prima domanda.
«Infatti, ci conosciamo già» dichiarai.
«Abbiamo trovato l’assassino della ventitrenne. Un poliziotto ti ha visto di fronte a casa sua ieri mattina, supponiamo quindi che tu conosca la persona che abbiamo fermato. Dovresti seguirmi».
«Alt, frena...e io cosa rischio?»
«Niente, se ti preoccupa il fatto che ti trovavi in Zona Rossa senza una straccio di Pass. Tieni». Mi mise in mano un Pass con la data del giorno precedente, compilato con i miei dati e completo della mia foto. «Quell’intervista mi era molto piaciuta» spiegò. Afferrai il Pass, ringraziai il poliziotto, lo salutai e mi allontanai di corsa in direzione opposta alla sua. Se non ci fosse stata di mezzo quella vecchia intervista, l’avrebbe presa come una fuga.

Ma fu necessaria, perché sempre secondo le mie personali regole del giallo, l’assassino avrei dovuto scoprirlo io.

E ora tocca a voi: scrivete il finale della storia e inviatelo a . I migliori verranno pubblicati su mentelocale.it. Buon divertimento!
di Donald Datti

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