Magazine Venerdì 19 luglio 2002

G8 a tinte noir

seconda puntata



Otto capi di stato, Pino, se li cucinava come fossero un piatto Sushi. Uscii in piena via San Lorenzo e il mio telefono squillò tra il disinteresse dei soldati di leva in assetto da guerra, sdraiati sui loro gipponi in attesa di nuovi ordini.
«Sono Giorgia. Ho ritrovato le mie bottiglie, non mi servi più. Il caso è chiuso».
«Il caso non è chiuso! Vengo a casa tua, perdio!» sbraitai, cercando di farle capire che scaricandomi mi aveva anche irritato. Arrivai di fronte al citofono di Giorgia.
«Sono Fermo, apri!»
«Fermo chi?» mi disse una voce che non era di Giorgia.
«Fermo e stop. Apri o mi faccio aprire dallo sbirro armato che presidia il vicolo. Solo che nel suo pacchetto è compresa anche una perquisizione accurata». La voce aprì. Salii cinque piani di scale strette, alte e visibilmente irregolari. Dovevo essere in gran forma quel giorno, visto che erano solo le 9 e 38 della mattina di giovedì 19 luglio 2001. Guardai l’ora un’altra volta prima di varcare la soglia. Poi controllai anche l’altro orologio, quello che portavo al polso destro dalla quarta liceo per dimostrare a chi fosse interessato che non sarei mai stato tanto prevedibile da chiedere all’interlocutrice di turno «scusa, sai l’ora?», per lo stesso motivo, in tasca avevo due accendini: «hai da accendere?» e, se capitava, finivo per fumare due toscani alla volta. Questione di stile. L’altro orologio segnava le 23 e 45 del 15 giugno. Lascio sempre una certa libertà d’opinione ai miei orologi.
In casa di Giorgia non c’era nessuno, nessuno che rispondesse al mio «Permesso?» Mi chiusi la porta alle spalle, bloccandomi così ogni via di fuga. Entrai direttamente in sala. Vuota. Sbirciai dentro una stanza che doveva essere la camera da letto di Giorgia. Vuota, ma in disordine. Buon segno: il disordine è sempre un segno di vita attendibile. Vita che è o vita che fu, dipende. Tornai in sala ed aprii la porta della cucina. Entrai. Altro che Raymond Chandler, era puro Feydeau. Uscii anche dalla cucina, tanto era vuota. Ma questo lo immaginavate anche da soli. Bussai all’ultima porta a disposizione, che supponevo fosse il bagno. Non rispose nessuno. Bussai un’altra volta, visto che era chiusa a chiave. Sarà poco educato sfondare la porta di un bagno chiuso a chiave, quando ci si trova in casa d’altri, ma presi lo stesso un metro di rincorsa. Entrai.
Giorgia, sdraiata sul pavimento, mi fissava. Probabilmente tratteneva il respiro per la sorpresa, ma con altrettanta probabilità poteva essere morta. Il sangue che mi stava inzuppando le scarpe, valutai, confermava la seconda ipotesi. Giorgia era morta.

Continua domani. Leggete l'ultima puntata e poi scriveteci il vostro finale
di Donald Datti

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