Magazine Giovedì 18 luglio 2002

G8 a tinte noir

di Enrico Ratto

George W.Bush atterrò all’aeroporto Cristoforo Colombo nell’attimo in cui squillò il mio cellulare. Non era lui.
«Pronto, Fermo?» disse una voce femminile «sono Giorgia, ti ricordi di me?»
«No, ma posso rimediare. Dammi qualche coordinata in più» a volte divento sincero. Giorgia apprezzò.
«Apprezzo la sincerità. Ci siamo incontrati non più di tre ore fa nel centro storico...»
Erano le otto del mattino, avevo passato la nottata in quella che personaggi dall’indiscusso calibro di Vazquez Montalban avrebbero chiamato la "movida" genovese, e che altri personaggi dal discutibile calibro dei giornalisti locali chiamavano, appunto, la "movida" genovese. Con la differenza che i cronisti locali, ne parlavano solo se potevano accostare il termine importato alle lamentele degli abitanti del centro storico. La movida, così, diventava complementare al fracasso delle bottiglie rotte. Gli spacciatori marocchini, ai consumatori indigeni. Per certi aspetti la contaminazione che da qualche anno si portava dietro la vita notturna genovese, non era un vero e proprio “rumore”, quanto una perenne esibizione di jazz fusion tra i vicoli. Dipendeva dai punti di vista.
Ma il problema non si poneva: la patria della movida genovese, per quei quattro giorni di luglio, era stata circondata, e le avevano appioppato il nome di “Zona Rossa”. Vazquez Montalban, ma persino i cronisti locali, avrebbero trovato di meglio. Giorgia, intanto, attendeva una mia risposta.
«Certo Giorgia, adesso mi ricordo!» mentii. Giorgia apprezzò: era una ragazza che apprezzava un po’ tutto di me. «Vediamoci tra un’ora al bar Zona Rossa. Così mi dici perché mi hai chiamato».
«Posso dirtelo anche al telefono» suggerì Giorgia.
«Preferisco incontrarti di persona, altrimenti non mi ricordo chi sei. Prima ti ho mentito» dovevo essere in ottima forma quella mattina. Mi rivestii e uscii dalla mansarda di Vico Vegetti.
Della movida non restavano altro che cocci di bottiglie rotte sul marciapiede. La Zona Rossa era stata definitivamente chiusa, mentre il bar Zona Rossa, per compensazione, restava aperto.
Giorgia riuscì a farsi aprire i cancelli della Zona Rossa con la sola forza di un Pass.
«Ciao Fermo, sono in un guaio» mi salutò, «ti conosco da tre ore ma te ne devo parlare».
Accettai l’incarico, ci sedemmo al banco.
Ordinai un Bacardi più un Bacardi, uguale due Bacardi. Il Bacardi è pluralia tantum, non ammette meno di due giri. «Meglio un eccesso, che un difetto» mi diceva sempre Silvia, una mia ex che esibiva con nonchalance i suoi quattro nei distribuiti sul labbro superiore. Per un attimo, ripensai ad una sera a Milano, quando ingurgitai al volo quattro Bacardi senza un particolare motivo in un bar di fronte alla stazione del metrò Brenta. A quell’ora, il Bacardi era l’unica cosa di chiaro tra i tavolini del bar che vantava una clientela assortita dal meticcio al nero fumo di Londra. Solo che nessuno di noi era inglese. Era quasi mezzanotte, Brenta è in piena zona cuscinetto milanese (roba da far rimpiangere la Zona Rossa), e al quarto rum mi convinsi che la cosa migliore da fare, sarebbe stata percorrere a piedi tutto Corso Lodi. Andata e ritorno. E così feci: è una lunghezza che si misura in chilometri. Comunque, fu in quell’occasione che conobbi la Silvia dai quattro nei. Ma adesso sto divagando, colpa del Bacardi.
«Raccontami tutto, dall’inizio» dissi a Giorgia, assumendo un certo interesse.
«Stamattina, mentre tornavo a casa, sono stata fermata ad un check point. Avevo con me due bottiglie vuote nello zaino, i poliziotti me le hanno sequestrate».
«E fin qui tutto bene...» commentai.
«Bene un cacchio! Sai cosa ci fanno gli sbirri con le bottiglie? Le mie bottiglie vuote? Le riempiono di benzina, poi ci mettono uno straccio imbevuto dentro e le ficcano nello zaino di qualche no global estratto a caso tra la gente. Poi gli chiedono di aprire lo zaino e lo portano dentro», mi spiegò.
«Sei una mitomane» valutai «o sei ubriaca. Comunque potrebbe essere divertente recuperare le tue bottiglie vuote, peccato sia impossibile. Ragionando in maniera realistica, s’intende» filosofeggiai.
«Ma noi dobbiamo ragionare in maniera irrealistica, picaresca, surreale e utopistica. Insomma, lasciando spazio alla libera immaginazione, alla contaminazione partecipativa delle idee...»
«Esattamente ciò che faccio io ogni giorno, ma senza parlarne in questi termini. Le tue sono parole da no global in senso lato, pur con tutto il rispetto per la teoria fine a se stessa…»
«Tu straparli!», intervenne Giorgia, interrompendo l’imbarazzante kermesse di vocaboli. «Non mi riduco ad essere una categoria, io sono un individuo».
«Va bene» tagliai corto. E decisi di accettare l’incarico, giusto perché mi ero stufato delle parole. Sarei passato ai fatti.

di Donald Datti

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