Magazine Sabato 28 dicembre 2013

Salam Mamam di Hamid Ziarati. L'intervista

Magazine - Salam Maman non è il solito noir o giallo di cui la letteratura italiana è ormai satura, ma un romanzo ambientato in Iran, scritto da un cittadino italiano di origine iraniana, la cui lingua madre è l’iraniano ma che ha imparato l’italiano abbastanza bene da scrivere un romanzo.

Di solito quando si legge una storia ambientata in Medio-Oriente, in India o in Africa che racconta vicende di persone nate e cresciute lì, si ha ben presente che è una traduzione dall’inglese, dal francese se non dalla lingua locale. Ebbene anche l’italiano sta finalmente diventando un mezzo espressivo per i nuovi cittadini che provengono da tutto il mondo.

Lo testimonia il romanzo di Hamid Ziarati, ingegnere nonché proprietario, insieme alla moglie italiana e ad un’amica ebrea, di un negozio di kebab vicino a Piazza Vittorio a Torino. Si intitola Salam, maman (Ciao, mamma) (Einaudi, 14 euro, pag. 260) perché il romanzo ruota tutto intorno alla figura di una madre di famiglia iraniana, una signora molto lontana da tutti gli stereotipi occidentali sulle donne musulmane.

La storia è completamente ambientata in Iran, anche se mi sarebbe piaciuto che Hamid raccontasse anche un po’ l’Italia dei nostri giorni, vista attraverso il suo sguardo.
La trama si snoda a partire dagli anni Sessanta per terminare una quindici di anni dopo con la rivoluzione tradita di Khomeini.

Se si stava male con lo Scià, non si sta meglio ora, soprattutto se si ha voglia di pensare con la propria testa. La narrazione comincia lenta, un po’ troppo, ma Hamid mi ha detto che lo ha fatto apposta perché voleva che il lettore si ambientasse in Iran, un paese meno frenetico del nostro.
E inizia raccontando l’infanzia di Alì, un bambino irrequieto, croce e delizia di sua madre, guardato a vista dai gemelli più grandi, un maschio e una femmina. Colpisce il desiderio di mamam, di far studiare i figli e soprattutto le figlie, tanto da privarsene e mandarle all’estero, nei lontani Stati Uniti, perché ormai le donne con l’avvento della rivoluzione hanno ben poche speranze. Colpisce soprattutto perché sia lei che il marito sono analfabeti, colpisce per la lungimiranza se si pensa alla condizione di tante donne iraniane oggi, così ben descritta in “Leggere Lolita a Teheran.
Maman, mi ha raccontato Hamid, è il personaggio più autobiografico di tutto il romanzo.

Il ritmo del racconto diventa via via sempre più incalzante, il piccolo Alì vive sulla sua pelle la repressione dello Scià ai tempi della rivoluzione, poi la presa del potere da parte dell’oligarchia islamica.
Ziarati ha visto con i suoi occhi le sparatorie che descrive. Amici incarcerati durante il regime dello Scià e ammazzati poi dai seguaci di Khomeini, come un suo amico libraio comunista.

«Ci siamo trovati di fronte ad un bivio obbligato, potevamo scegliere solo tra monarchia e repubblica islamica – continua Hamid - Hanno fatto fuori Bani Sadr e il suo “governo di centro-sinistra”, i comunisti sono stati perseguitati. Hanno fatto votare gli analfabeti, gli facevano portare la scheda fuori dal seggio e gliela compilavano. Poi hanno anche iniziato a prendersela con gli ayatollah non allineati e a declassarli, contro ogni legge islamica».

L’Iran ancora oggi è al centro dell’attenzione internazionale: «Trovo stupido voler costruire a tutti i costi una bomba nucleare, gli iraniani sono faziosi e quindi pericolosi con uno strumento così in mano – spiega Hamid - Poi non credo che un ordigno di quel genere potrebbe difendere l’Iran dagli americani. Il Pakistan ha la sua bomba atomica e per quell’area già basta. Il regime ha bisogno di scaricare i suoi problemi interni e usa la bomba come mezzo per distogliere l’attenzione degli iraniani dai problemi veri. Da un anno ha promesso di distribuire i ricavi del petrolio e rendere accessibile la ricchezza alle classi più povere, ma non è ancora successo niente».

E le minacce degli Stati Uniti? «Non credo che interverranno massicciamente come in Iraq, faranno solo un atto dimostrativo».

Hamid ha quarant’anni, mi ha raccontato che in Italia si trova molo bene: ha una moglie e un figlio di tre anni, Dario. Il suo scrittore italiano preferito è Stefano Benni, ma solo con Il giocatore di Dostoevskij gli è venuta la pelle d’oca.
È arrivato in Italia a 16 anni, per operarsi ad una gamba, sua sorella viveva già qui.
Ha studiato a Torino, è diventato ingegnere e, udite udite, ha anche preso il dottorato di ricerca.

Ho insistito molto con lui durante una cena - spero che non se la sia presa -perché scriva un romanzo ambientato in Italia. Abbiamo bisogno di sguardi diversi per uscire un po’ dal pantano autoreferenziale di certa letteratura di casa nostra. Come gli altri Paesi europei, anche l’Italia dovrebbe avere al più presto i suoi scrittori di origine straniera che non solo usano la nostra lingua, ma raccontano il mondo che li circonda.

Mi chiedo: troverà difficile Hamid raccontare questa nostra Italia un po’ allo sbando? Forse ci sono poche storie da raccontare? Lui mi ha risposto che un romanzo ambientato nel Bel Paese l’ha già scritto, ma non gli piace. E che non gli va di descrivere situazioni di razzismo o di difficoltà che ha vissuto in Italia. Per uno che mi ha trattato male, ci sono tante persone che mi hanno accettato con facilità, mi ha detto. Non mi pare una giustificazione valida.

Perché Hamid non vuole ambientare un romanzo in Italia? Forse è riconoscente con il Paese che l’ha accolto? Oppure si autocensura, come fanno la maggior parte degli italiani? Paese che vai, usanze che trovi. Magari Hamid ha già messo in evidenza tante magagne dell’Iran, e per ora prende una boccata d’aria. Una sua conterranea, davanti a me, gli ha chiesto: «Ma non hai paura a pubblicare un romanzo così? Ora non potrai mica più tornare in Iran, lo sai?». Comunque sia, Hamid ha scritto un bel romanzo, da leggere.

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