Concerti Magazine Lunedì 15 luglio 2002

Goa Boa, scende il sipario

Uh. È già finito.
Il Goa Boa 2002 ha chiuso i battenti. E ora come riempirò i miei pomeriggi da qui a fine luglio? Niente più corse fino a Caricamento, niente più vie crucis alla ricerca di amici/che tra la folla… è dura riappropriarsi dei ritmi consueti, dopo cinque giorni tanto intensi.

La quinta giornata non sembra offrire granché, finché non fa capolino sul palco (la struttura ha già una certa aria precaria da «mo' smontiamo» o è una mia impressione?) una banda di siculi in gessato nero. Li avevo appena lasciati nel backstage intenti ad organizzare il loro rito propiziatorio pre-esibizione, fatto di abbracci in stile rugby, ed eccoli disposti in assetto da parata: sono Roy Paci e il suo manipolo di picciotti, gli Aretuska.
Il padrino è stato definito da Manu Chao una bomba atomica, e non passa molto tempo prima che esploda: la sua parlantina sciolta ammicca nei toni ai film sui gangster, gli mancano solo un paio di patate in bocca per assomigliare a Brando, o al De Niro che sputa: «Sei solo chiacchiere e distintivo!».
La musica è un vulcano di energia, una fusione di rocksteady, ska, funk, melodie mediterranee e soul. La sezione fiati è impressionante, con Roy che detta legge con la sua tromba impazzita e gigioneggia con i suoi compari in azzeccatissimi teatrini dal gusto cabarettistico: non manca l'ammazzatina ad opera di una “fìmmena” inviperita che sale sul palco e spara al contrabbassista. «Il proiettile ha compiuto una traiettoria complicatissima», spiega Roy con un ironico rimando compreso da tutto il pubblico,«è girato intorno al palo, sì, quello dietro il controller delle luci, poi è tornato sul palco colpendo la cassa proprio sotto di me, per rimbalzare su questo estintore che, guarda caso, io tenevo alzato sopra la mia testa, e colpire poi il mio picciotto». Applausi e risate di tutti.
Tra rivisitazioni in chiave ska di classici della tradizione sicula e Mambo Siciliano, si arriva al termine dello spettacolo, con l'esplosione di innocui fuochi d'artificio giapponesi diretti sul pubblico: coriandoli e stelle filanti sparati da due loschi figuri fino ad allora immobili ai due lati del palco. Uno spettacolo riuscitissimo anche per la sua teatralità, un felicissimo accostamento tra musica e genuina ironia: sana confusione, divertimento allo stato brado, pogo senza cattiveria: un'allegra camurrìa, insomma. Ovazione del pubblico presente (decisamente meno, rispetto alle serate precedenti, purtroppo) e corsa nei camerini. D'ora in poi, chiamatemi "Principessa", perché il padrino mi ha battezzata così, baciandomi la mano prima di scomparire. «Baciamo le mani a vossìa!», ho risposto, in preda all'euforia.

Arrivano i tedeschi Lali Puna. Seppur preceduti da entusiastiche critiche, non sembrano catturare gli astanti più di tanto. Presentano un mix tra musica elettronica moooolto minimalista, con qualche richiamo pop. La scena è praticamente deserta: la piccola Valerie, coreana trapiantata in Germania, miagola in inglese nel microfono, danzando leggera ed indifferente sulle note, proiettata in qualche dimensione parallela, intenta a battere le dita sulla sua tastiera. Al sintetizzatore di fianco, si agita un ragazzo (di cui nessuno vedrà mai il viso, per via di un cappellino calato fin sul naso).
Tutto molto cool, ma nessuna emozione da registrare.

Finalmente arrivano i Faithless, e qualcuno si chiede se ci sarà anche Dido. In effetti, una dotatissima corista bionda c'è, ma non si tratta dell'amica di Eminem, ahinoi. In aggiunta, ci si chiede anche chi sia Rollo (non vi dico quante battute sul suo nome...), il fratello della nuova diva pop: se il bassista vestito di rosso, o il chitarrista alto un metro e un puffo.
Dopo tali laceranti dubbi, arriva Maxi Jazz, e la festa comincia. I suoni giungono potenti e nitidi dal palco (finalmente), le tastiere di Sister Bliss ci investono con forza, il basso tempesta l'aria. Maxi ha l'aria del santone, nel suo completo gessato, magrissimo, col capoccione pelato che brilla tra le luci e lo sguardo serio rivolto verso la piazza. Ha una voce sottile, non particolarmente calda, ma comunque coinvolgente. Ogni suo gesto è un codice, e non è difficile obbedire ai comandi imposti dai suoi movimenti e dalla musica, davvero di ottima qualità (ne convengo anch'io, nonostante la dance non sia un genere a me consono).
Con brani tratti dall'ultimo Outrospective e tracce di repertorio (We come 1, Insomnia...) lo show si chiude con la conosciutissima God is a DJ: ognuno porta un santuario nascosto dentro l'anima, non occorre un edificio per ritrovare la spiritualità. Pace e amore, fratelli.

E riposate in pace nel vostro lettuccio, ora che la grande maratona di musica nella vecchia Superba ha chiuso le porte. Recuperate le forze per gli appuntamenti prossimi venturi: cerchiamo di goderci quel poco che la città ci offre, in ambito live.


Teardrop

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