Magazine Martedì 24 dicembre 2013

Loredana Lipperini: «Morti di fama. Perché i social devono cambiare»

Il celeberrimo like di Facebook rivisitato dal Festival del film horror di Porto

Magazine - Un libro breve, allarmante ma non allarmista (ché sono più che sufficienti i Social e la tv spazzatura): Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web, di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini (Corbaccio, 137 pp., 12,90 euro) consigliabile a chiunque usi un Social, a chi si faccia illusioni di guadagni e fama letteraria o nel mondo degli youtuber, a chi si ponga qualche domanda sulla dipendenza dai Social, propria o altrui. Sconsigliato a chi creda di saper sgusciare tra le maglie della rete, a meno che legga quei due o tre dati utili e scoraggianti.
Tipo che i disturbi della personalità narcisistica sono aumentati del 58% tra i ragazzi; che volersi vendere come brand autopubblicando frutta meno di 500 dollari l'anno; che gli youtuber spesso vengono retribuiti in prodotti e non vedono un euro (a meno che non facciano il salto sui canali tradizionali della fama, come la tv, ma sono rarissimi), per non parlare del mercato -ufficiale- di Mi piace, contatti e recensioni a prezzi ragionevoli.

Come spiega Lipperini: «Su salon.com abbiamo trovato un paragone perfetto: come nella corsa all'oro a guadagnare veramente furono i venditori di vanghe e mappe. Anche nel caso della rete, non guadagna chi si autopubblica, guadagna chi vende servizi: editing (improvvisati, purtroppo), grafici per le copertine, i siti statunitensi che vendono false recensioni, falsi amici, falsi Mi piace su Facebook, Youtube, Tripadvisor. Quindi non solo nel caso di self publishing».

Il libro non elenca soltanto dati, racconta anche storie -un paio anche a lieto fine, ma solo un paio- di vittime del male più recente che vi sia: la ricerca della microfama che «è l'erede diretta dei 15 minuti di celebrità di Warhol - spiega Lipperini - ovviamente più effimera ancora, perché quei 15 minuti si riferivano a una società dello spettacolo che non aveva ancora conosciuto il suo mezzo più potente: Internet. Da La corrida, passando per Maria de Filippi, sino ai reality la persona della strada è indotta a credere che tutto sia possibile. Come metti piede in Internet, sei spinto dal meccanismo stesso a cercare la celebrità: devi essere una persona molto salda per non finirci dentro».

Come si passa da mipiacismo alla ricerca ossessiva di microfama?
«Il pericolo è a tutti i livelli: se sei disposto a tutto per ottenere un Mi piace, perdi di vista quello che credevi fosse il tuo obiettivo e abbassi la qualità per essere al livello di chi ti guarda. Perché chi mette il Mi piace, deve pensare che sa farlo meglio di te, se no non lo mette o lo fa meno volentieri. Succede soprattutto con i video, la narrativa e la fotografia».

Nel libro si vede una sola via d'uscita, che non è semplice e forse nemmeno tanto realistica. Tuttavia...
«Ammesso che si possa contrastare questo stato delle cose, lo si può fare solo parlandone, rendendosi conto di essere nel meccanismo e prendendo delle decisioni. Oltre alla consapevolezza vedo la denuncia delle responsabilità: se un editore vede il fenomeno e lo sfrutta (recensioni in cambio di prodotti, per esempio), io, operatore culturale, devo denunciare questo meccanismo. Basta pensare alla rincorsa dell'editoria al successo casuale, con l'abbassamento della qualità dei libri che vengono pubblicati».

Vero, ma la riflessione non sembra essere il forte dei microfamosi o aspiranti tali. Alternative, Lipperini?
«Secondo me il sistema imploderà: in rete trovi persone che cercano di vendere se stesse ad altre che fanno la stessa cosa. È un mercato in cui non è possibile fermarsi. È difficile fare previsioni: si può solo logicamente dire che qualcosa dovrà succedere, che i Social dovranno cambiare. Siamo al punto zero della visibilità».

E tuttavia le aziende sono attentissime, ci guardano e studiano come hanno sempre fatto.
«Facciamo l'esempio di Piazza Italia, che ha iniziato con una campagna populista e ora ha lanciato Bella Ciao, in cui gli astuti individui invitano i giovani a mandare un video: l'autore più interessante vincerà ben un colloquio di lavoro con loro! Finché le aziende hanno il coltello dalla parte del manico, non c'è niente da fare. Hanno imparato a fare leva sul narcisismo degli utenti. È un sistema economico che sta tirando gli ultimi in modo scomposto. Tutto è imprevedibile. Un ultimo esempio: la manager licenziata per un tweet. A parte la mancanza di consapevolezza della responsabilità della cosa pubblica da parte della sciagurata, mi preme mettere in evidenza la fragilità dei rapporti di lavoro: il licenziamento è avvenuto mentre lei era ancora in volo e il dibattito ancora in corso. L'azienda ha offerto la sua testa al popolo della rete, l'azienda ti fa credere che, mentre stai twittando, puoi decidere del destino di qualcuno, invece in realtà non conti niente».

di Antonella Viale

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