Concerti Magazine Sabato 13 luglio 2002

GoaBoa, anche la quarta è andata



È la volta degli svedesi, The (International) Noise conspiracy. Nessuno sembra filarseli, ma bastano un paio di brani tirati e l’appeal del tarantolato frontman per catalizzare l’attenzione del pubblico e riavvicinarlo alle transenne. Sono stati paragonati ai Rage Against The Machine, forse per la vena politica dei testi, ma sono decisamente più pop, per lo meno nello styling: sembrano avere una predilezione esagerata per un certo stile modaiolo anni ’80 (come certi gruppi nordeuropei: The Ark, Him e Hardcore Superstar). Pantaloni rossi e maglietta scura alla Sid Vicious, quasi una divisa, zazzera nera beatlesiana; musica potente, ma orecchiabile, come quella del singolo Smash it up, con ritornelli gridati ed accattivanti.

Dennis è un animale da palcoscenico, salta, ancheggia, fa le capriole, come un novello Mick Jagger, di cui ha anche la struttura fisica. Si arrampica sulle casse, mettendo in agitazione i tecnici che si precipitano a sorreggerle, sulle impalcature, si sdraia sul palco, agita l’asta del microfono. Un grande: è stato capace, complice la qualità della musica, di coinvolgere un pubblico decisamente distratto. La ragazza della cumpa è un personaggio: mai un sorriso o un cenno del capo. Ha suonato tastiere, percussioni e chitarra elettrica come pochi masculi saprebbero fare, con gli occhi perennemente adombrati da una lunga frangia corvina: bella e dannata. Anche per loro, messaggi politici ed un aperto disprezzo nei confronti del nostro Presidente del Consiglio.

Bene: il pubblico è finalmente abbastanza caldo per accogliere gli aretini . La piazza sembra essersi riempita di botto, dai Meganoidi in poi, e ora la calca preme sulle transenne. Genuina potenza fin dal primo colpo di Zama sulla batteria, fin dal primissimo accordo di Bambole generato dalle mani del chitarrista Drigo, ed ecco la voce di Pau che fende la notte, parlando di ideologie scomparse e di muri che crollano.
Tra citazioni dei Led Zeppelin e giri di chitarra hendrixiani, lo spettacolo corre sul filo dell’emozione, con brani tratti dall’ultimo Radio Zombie (A un passo dalle nuvole, Hemingway) e vecchi pezzi, Sex, Negativo, Transalcolico, compresa una versione tiratissima di Cambio che ha innescato un delirio collettivo nelle prime file. Poco prima dell’una, annunciano di dover chiudere a breve il concerto: pena l’arresto.
«Ma di chi? Di noi? Di loro?», domanda strafottente Pau, indicando il pubblico. «Speriamo non vengano quelli di Bolzaneto», ghigna demoniaco. Ritorneranno per un bis, una sentitissima "Ho imparato a sognare", degna conclusione di quello che può essere definito un piccolo trionfo per il gruppo, per partecipazione e coinvolgimento.

Alla fine, la quarta è stata una giornata dura, intensa, ma bella. Anche (e soprattutto) per questo.

Teardrop

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