Magazine Giovedì 19 dicembre 2013

Nevicava sangue, il nuovo romanzo di Eraldo Baldini

Nevicava sangue, la copertina del libro di Eraldo Baldini

Magazine - Mi son messo a leggere i libri di Eraldo Baldini quindici anni fa, nel 1998, e quasi per caso, dopo un incontro simpatico al Salone del Libro di Torino.
Mal'aria, edito quell'anno, da Frassinelli, fu il biglietto da visita di un uomo e di un mondo. Da lì in poi, cominciai un po' a perseguitarlo, mettendolo via via al corrente delle mie scoperte, col solito, ingenuo entusiasmo, quasi Eraldo non sapesse dei volumi che aveva scritto e pubblicato: da quelli - e son diversi e affascinanti - dedicati al folklore romagnolo - per Longo (un editore più importante di quanto si è soliti pensare, pel Nostro e per la sua storia, di studioso e narratore) - a Urla nel grano, per Moby Dick. Insomma il Baldini che all'epoca mi sembrava sommerso, quello che forse si cercava o forse, mi dissi, si era già trovato, tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà dei Novanta.

Poi l'approdo a Theoria, con Bambine, nel 1995, in seno alla tattica collettiva di Lucarelli - fedele alle amicizie, ai vari e veri incubatoi e in tal senso più che benemerito -, mi lasciò un po' perplesso, come quasi tutto il lavoro di Eraldo - per fortuna non molto - che tendeva ad andar dietro a mondi altrui, allontanandosi dal proprio; ovvero da - mi è capitato di dire - quel suo esteso mondo romagnolo, percepito nel corso della storia, in seno all'infanzia e in un viaggio à rebours che racconta un oggi appena trascorso, uno ieri anche fascista e poi un passato ancestrale, chiave e misura del tutto, del Baldini storico della cultura e del folclore della sua terra.

Dopo L'uomo nero e la bicicletta blu, uscito nel 2011, uno dei suoi libri recenti più rusciti, Baldini, in apparenza, tenta di nuovo d'allontanarsi dal suo orizzonte - dove, checché se ne dica, i riti di nascita e rinascita contano più di quelli della morte - e sceglie di scrivere un romanzo storico - o neostorico che dir si voglia - in seno a quell'abbraccio bellicoso e funereo che la Grande Storia riserva quasi sempre ai puvràz. In effetti, puntare sulla campagna di Russia di Napoleone Bonaparte, pare più una scelta wuminghiana - e di quell'«Einaudi Stile Libero Big» in cui Eraldo pubblica quest'anno Nevicava sangue - che del Baldini che conosciamo e apprezziamo.

Ebbene, sarebbe un clamoroso errore evadere con simili argomenti la lettura dell'ultimo lavoro di Eraldo Baldini. Francesco Mambelli è un uomo pacifico, che ama i cavalli, da cui è riamato. Lavora sotto padrone, un essere immondo nato per rubare la vita degli altri che ricorda il padre di Alfredo in Novecento (1976) di Bertolucci. Francesco abita a sud del delta del Po, in una terra che sta, ancora selvaggia ed essenziale, a est della nostra civiltà d'inizio Ottocento, fra l'ultima e già lontana città e l'Adriatico: il mare che, come l'urbe, si intravede più che altro, ed è comunque, nelle rare e rapide frequentazioni di Francesco, una sorta di limite cui tendere, verso una vita e una libertà nuove che si intuiscono fin dall'inizio.

L'incontro coi briganti è un prologo che è un epilogo, in seno a una circolarità che fa di quegli uomini e di quella terra stretta tra la civiltà dei padroni e il mare un simbolo della resistenza dell'uomo e una specie di terra di nessuno - non-luogo carissimo a Baldini - che si dilata nell'avventura della campagna di Russia, prima del rocambolesco e necessario ritorno. Perché quella terra di nessuno è la sola, unica opzione che la piccola e grande storia sparano in faccia a Francesco, drammaticamente, facendo transitare le nevicate di sangue dalle fiabe nere delle veglie alla realtà della guerra, con una soluzione di continuità che il testo non smette di trasmettere, anche lontano da casa, nelle contrade in cui si scopre che la guerra «non è più una guerra», perché la guerra «nella sua cruda completezza [è] un mostro che tutto corrode, corrompe e infetta di violenza», a partire dal nostro stesso corpo.

Certo, la classica e forse un po' scontata «fine dell'innocenza» - quella condizione morale di natura, più che del diritto, cui Francesco si è attenuto praticamente per tutta la campagna di Russia - sfuma la rivolta e quasi la sussume in una composta gestualità aggressiva e in un potere decisionale che vanno da sé, quasi a suggerire un attenti, abbiamo imparato la lezione, oltre che a tagliare corpi. Ma è anche vero che questo terribile apprendistato non è fine a sé stesso - non è uno di quegli scenari di cui approfittanto oggi molti narratori, quasi fossero vecchi fondali di un teatro di cui non si sa più che fare - ed è pure vero che il nostro umile eroe - la paura degli osti fa pensare a Renzo Tramaglino - non tarda a riscoprire chez lui una sorta di Russia a misura di persona; ovvero a misura di quella persona che Francesco Mambelli è ormai diventato.

Luciano Curreri (ordinario letteratura italiana all'università di Liegi)

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