Concerti Magazine Mercoledì 10 luglio 2002

Non è tutto sudore quello che luccica

Il Goa Boa sulle cicatrici ancora calde della Genova industriale. Dopo aver gozzovigliato per ben 4 anni sul cratere lasciato dalle acciaierie, si sposta a Ponte Parodi: nel cuore di quello che è stato il porto di Genova quando ancora si faceva chiamare La Superba.

Questo ragionamento l'ho partorito alle 17:30 sotto un sole che picchiava come un batterista metal mentre appoggiato ad un'opel nera sull'asfalto nero aspettavo Giulio nella mia maglietta nera. Mentre il sole continuava a tamburellare tempi dispari sul mio casco nero, Giulio arriva e possiamo entrare. Gli sbarramenti che separano il festival dalla vita comune quest'anno sono ben tre: ognuno con la sua coda ed ognuno senza ombra di ombra. Il primo sbarramento si supera a gruppi di sei o sette e, a parte l'attesa non presenta altre difficoltà. Raggiungiamo il secondo cancello: da qui non si può passare con corpi contundenti di alcun genere e così si vedono ragazzi più o meno alternativi cercare di nascondere la boccia di vino nello zaino, la birretta nelle scarpe, le clave da giocoliere nei calzini. Ne ho visto uno, giuro, ingoiare un profilato d'alluminio da dieci pollici, ma ammetto che poteva essere un miraggio dovuto al riverbero del sole sull'asfalto che, ormai sciolto, si comportava come catrame liquido inglobando scarpe, zaini e distratti.

I meno avvezzi a passar dogane venivano scoperti e costretti a tracannare in quattro minuti la riserva settimanale d'alcol. Prima di conquistare il terzo ed ultimo transennamento la folla subisce un'accelerazione degna della migliore Enterprise quando è il momento di passare tra la caserma della polizia e quella della finanza, dalle quali s'ode un guaire di cani senza pari. Supero le ultime transenne e riesco finalmente ad entrare nella suggestiva cornice (senza ombra) di Ponte Parodi che i Leggi l'articolo sono già on stage (come dice chi ne sa) e vengo subito fermato da una ragazza della L.I.L.A che mi regala un chupa-chupa e un preservativo. Colgo subito l'allusione e la invito a venire con me a guardare il mare, lei coglie subito la mia idiozia e mi invita ad andare da solo.Non ho capito bene dove.

La performance dei Lo-Fi-Sucks la perdo cercando di liberarmi della ustionante maglietta nera rubandone una bianca ad un ragazzino che colto dall'euforia del primo giorno già alle 18:45 sfiorava il coma etilico. Tutto inutile. Mi risolvo a sedermi all'ombra di un gabbiano (E STA UN PO' FERMO!!) e aspetto i Verdena. Non vengono, stanno male. Un colpo di sole?
Bah.
Si anticipa l'entrata di Cornelius: quattro giapponesi camicia nera e cravatta bianca di cui tutto il pubblico ha sentito critiche lusinghiere ma nessun pezzo. Cominciano a montare giappo-schermi, nippo-proiettori e raggi laser miniaturizzati ma il concerto non parte e la folla si accalca. Mi accalco anch'io cercando riparo all'ombra degli altri giappo-curiosi (il gabbiano mi ha abbandonato) e dal palco qualcuno troppo forbito annuncia: «Dato che l'esibizione prevede un importante gioco di luci Cornelius ha chiesto di aspettare che imbrunisca». Dal pubblico, impaziente e poco forbito si alza il grido «AH CORNE'! MOVITE! 'MBRUNISCITE!». Finalmente imbrunisce (il cielo, non il giapponese), il concerto parte e, senza pause porta il pubblico (tutto in piedi) fino ai due bis della Consoli.
Ci vediamo stasera: sono quello vestito di bianco con l'ombrellone.

MaSa

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