Magazine Lunedì 9 dicembre 2013

Amore lesbico, fra tenerezza e seduzione

Magazine - Al telefono, la voce di Alice mi arriva radiosa, come sempre da qualche anno. Se le domando: «Come stai?» risponde senza esitazioni: «Benissimo». E pensare che un tempo questa domanda finì nella lista delle frasi proibite.

«Sei mia madre, per caso?» rispondeva, brusca, alle mie attenzioni.
«Perché, solo a una mamma è consentito informarsi sugli stati d'animo e di salute?»
«No, ma è questo tuo tono che mi urta, sembri pronta a materializzarti dal nulla per rimboccarmi le coperte. Quando stiamo qui, però, non mi tratti come una figlia, mi pare».

Lascio immaginare la sua reazione le due o tre volte che azzardai a chiederle se avesse mangiato. Eppure, fra noi, anche questo ebbe un senso. La storia con lei, l'intenso e difficile passaggio fra i sentieri dell'inconscio e quelli della consapevolezza, ci avvicinarono lentamente verso le rispettive caleidoscopiche personalità.

Il nostro è il racconto di un viaggio sconosciuto verso una terra, per me ancora lontana, chiamata amore. Quando conobbi Alice, decisi di partire con lei così com'ero, priva di bagaglio interiore. In realtà rimanemmo sempre in un solo posto, la sua casetta indipendente in mezzo alla pianura. A malapena una volta entrammo in un bar dove ci mostrarono un'intera collezione di bustine di tè e tisane. Fu un diversivo talmente inusuale, che gustai fino in fondo bevande che di solito rifiutavo.

Mi immersi totalmente nelle ore vissute a casa sua, senza rimpiangere le passeggiate e i viaggi che non facemmo mai. Vagabondammo a lungo dentro di noi e nascemmo insieme così, erranti di inquietudine. Mi avvisò senza mezzi termini dei rischi che avrei corso.

«Gli uomini mi piacciono da morire, mentre non provo alcuna attrazione fisica per le donne. Forse mentale sì, ma non so quanto potrà bastare fra noi. È che sto vivendo una fortissima sensazione che tutto, a partire dal tempo, sfugga al mio controllo. Vorrei che una mano scorresse lentamente la punta delle mie corde spezzate. E vorrei che quelle dita fossero le tue. Sì, insomma di una donna lesbica. Penso potrebbe capire ciò che io stessa allontano. Perlomeno, so che potresti tu. Forse sono egoista, perché so di non potermi innamorare di te. Ma questo è il mio desiderio, concretamente e senza ipocrisie».

All'epoca accettavo tutte le sfide. Però il motivo che mi spinse verso di lei era il bisogno di una pausa da una vita troppo al di fuori di me, pregustando sensazioni più mie. Anche fosse durata un giorno, anche se avessi sbattuto la testa e il cuore, avrei camminato con Alice. Se volessi definire l'intimità, sceglierei l'album di quelle nostre giornate. La sua era una casa molto ampia, ma vivevamo sostanzialmente in due sole stanze. Una di queste era la taverna che Alice usava per i momenti con se stessa. Vi sistemava i libri con una logica tutta sua, secondo i pensieri che le frullavano in testa in un preciso momento. Inutile specificarlo, variavano di continuo. Ne metteva alcuni sul sedile del divano, rigorosamente due sulla spalliera, tre sul tavolino e quattro in terra. Poco distante, un giradischi dal forte odore vintage cantava la sua vita antica attraverso pile di 33 giri.

Il piccolo assortimento di vini scelti si presentava sempre ben fornita. «Manca solo la vasca», scherzava. Ma in quell'angolo di cantina mi assaliva, per via delle luci d'atmosfera, persino il desiderio insinuato da un lungo bagno con profumi provocanti. Parlavamo ore, scrivevamo, ridevamo, discutevamo, ci amavamo. Erano azioni concatenate, tutte producevano l'effetto della confidenza, del mettersi a nudo totalmente, senza limiti e riserve. Senza tabù. E ognuna risultava estremamente erotica. Anche leggere lo era, o bere il prosecco di cui era perennemente rifornita.

A pensarci, credo fosse attratta da una caratteristica che esprimevo a quell'epoca. Di me, forse, riusciva ad amare i dipinti mentali, come si divertiva a definirli. Trovo oggi piuttosto difficile spiegare in cosa consistessero davvero e districarne la complessità. Posso solo dire che mi trovavo spesso a formulare pensieri e teorie sulle mie contraddizioni, ne parlavo e scrivevo enfaticamente come tracciassi pennellate su tele immaginarie. In un certo senso disegnavo a parole i conflitti e gli errori, edulcorandoli e rendendoli attraenti allo sguardo delle mie interlocutrici.

I tempi per analizzarmi nel profondo erano ancora immaturi, creavo questo articolato sistema più che altro come seduzione. Tranne che con Alice, con la quale prendevo sul serio quel mio illustrare storie. Lei ne restava rapita. Stava vivendo un periodo di grandi sofferenze. Colpita da alcuni lutti nel giro di poco tempo, si sentiva quasi inseguita dalla morte. Viveva sospesa fra la predisposizione alla dipendenza emotiva e la tendenza all'assuefazione verso ogni calmante dell'anima. Si aggrappava, quindi, alla mia fantasia colorata.

Mi chiamava Piccolo Principe per le parole che sapevo creare. Tuttavia con lei tentai per la prima volta di mostrare le mie vere debolezze. Così quando mi perdevo dentro, e la mia forza inventiva latitava, si infuriava, e arrivava a urlare e detestare il Piccolo Principe perduto, e scansava qualsiasi attenzione e tenerezza.

Probabilmente, cercava anche fisicamente di assorbire il mio mondo parallelo di immagini. Arrivavo a pensare che per lei rappresentasse un'iniezione metaforica capace di portarla in una dimensione rassicurante. Per un certo periodo le fu decisamente necessaria, la cercava in ogni luogo di me, vivendo in modo quasi assoluto la comunicazione e la potenza espressiva che i nostri corpi sprigionavano.

Dal canto mio, per quanto fossi una grande esperta di confusione e una principiante della stabilità emotiva, credo di averla amata. Soffocavo le parole del mio sentimento perché l'avrei destabilizzata. E allora come farle entrare dentro quel mio ti amo senza poterglielo dire? Pensai di mostrarle gli abissi della mia incoerenza, la forza d'urto dei contrasti, perché erano le mie uniche verità, non ne possedevo altre. Ma dovevo anche riemergere ai suoi occhi più fantasiosa di prima per placarne i tormenti. E, in virtù dei famosi quadri mentali, scrissi favole per le sue ferite, nutrii la sua antica esaltazione per le piazze, ricordando e animando per lei nella nostra stanza manifestazioni di fine anni '70. Tutto ciò la faceva sentire viva e giovane, abbattendo il buio delle sue notti.

Per diventare il suo Piccolo Principe dovevo estendermi, trovare parti di me inesplorate. Così con lei arrivai davvero a sentirmi ampliata. E mi piaceva. Mi piace tanto. Aveva paura di lasciarsi andare, anche di dormire. Quando stavamo insieme di notte, passavamo nella seconda stanza della casa che frequentavamo di più, il salone al piano di sopra. Anche lì sentivamo molta musica, ma con un impianto moderno ed accessoriato. Stavamo ore in silenzio fra abbracci complici. In quell'ampio vano, ascoltavamo senza sosta le canzoni del signor G. Gaber risultava l'artista perfetto per due anime tormentate ma variamente dipinte, come Alice e me.

Ricordo ancora i pensieri che provavo nel farmi scivolare dentro Quando sarò capace di amare, per me la canzone più bella del mondo. Volevo credere a quel nostro rapporto come il primo, minuscolo passo verso l'amore che un giorno avrei trovato chissà dove. Sapevo che avrebbe potuto finire da un giorno all'altro. Ma vivevo nell'infinito proprio per quello. Perché mi costringeva a dare tutto, prima che fosse troppo tardi.

Da un giorno all'altro. Così avvenne, un pomeriggio in cui Alice affittò due film per noi. Appena cominciato il primo però, si alzò e vagò in giro per casa. «Intanto l'ho già visto», rivelò la sua voce incolore, inconsistente come un soffio represso. Al termine mangiammo qualcosa, ma lei allontanò lo sguardo, e sono ancora sicura non vedesse nulla. Poi fu la volta di una commedia con Rupert Everett – di cui non ho alcuna memoria del titolo – ma a quel punto era talmente distante da non lasciare alcun dubbio. Non fu necessaria alcuna spiegazione, né avvennero recriminazioni. Avevo condiviso con lei molto di più di quel che potessi immaginare. Soltanto per un po' di tempo, qualsiasi accenno all'incolpevole Rupert Everett conservò il potere di farmi scattare, come se una vespa avesse colto impreparato qualche mio punto particolarmente sensibile.

Resto ancora un po' a riflettere sul senso di libertà che il viaggio espressivo con Alice mi ha lasciato. Ma quale libertà più completa potrei desiderare con lei, adesso che posso domandarle: «Come stai?» tutte le volte che desidero?

di Geraldina Morlino

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