Concerti Magazine Martedì 9 luglio 2002

Sonic Youth, emozioni forti a Torino

Magazine - È finalmente arrivato il momento dell’ , che dal 5 al 16 luglio vedrà esibirsi a Torino Chemical Brothers, Lou Reed, Iggy Pop, Afterhours e tanti altri.

Ma soprattutto, hanno suonato, sabato 6 luglio, in quella che era la loro ultima data italiana, i Sonic Youth. C’era il timore che il maltempo di questo incerto luglio ’02 ne causasse l’annullamento. Ma la paura si dissolve in serata, come le ultime nuvole che lasciano definitivamente il posto, nella nostra attenzione, ai suoni degli italiani My Cat Is An Alien. Aprono con un rock distorto forte di voce sovraesposta e interferenze elettroniche, una formula forse ancora da calibrare, anche se si dimostrano rumorosi e vitali come la liturgia ambigua del genere impone.

, possente tastierista degli Africa Unite, vestito di nero sotto il consueto cimiero di scuri dreadlocks, sale sul palco quando è già buio e propone, in luogo della scontrosa radicalità sonora che ne contraddistingueva gli esordi solisti, il repertorio dei suoi dischi recenti: technometal un po’ datato che spazia dai Rammstein all’elettronica anni ‘80, e che ospita a tratti escrescenze funky e disco. Affiora un po’ di noia, combattuta soprattutto grazie all’apprensione per i nugoli di zanzare che ci sorvolano a bassa quota. Del resto non potevano mancare in una serata d’estate all’aperto, in mezzo a un parco, dopo temporali assortiti.

Finalmente arriva il momento dei Sonic Youth, da qualche tempo divenuti un quintetto con l’innesto di Jim O’Rourke al basso. È in gran forma la storica band newyorkese che, fin dai primi anni ’80, ha positivamente delirato di trasfigurare gli esperimenti dell’avanguardia musicale nelle forme popolari del punk e del rock, con risultati cerebrali ed eccitanti al tempo stesso. Il gruppo saccheggia a lungo il nuovo disco che pochi di noi, per la verità, hanno potuto già ascoltare. Ma ad abbagliare è la loro perfezione tecnica, mai ostentata e al servizio di un suono luminoso che trasuda armonia anche nelle fasi di rumore più denso. La psichedelia mentale, creata dall’intreccio delle chitarre e della voce distaccata e sensuale di Kim Gordon, sembra sempre sul punto di fratturarsi. Al canto di Thurston Moore vengono affidati i pezzi più trascinanti, punk nello spirito, come la finale Silver Rocket. Ma anche la Gordon si lancia in mezzo a una grande versione di Cool Thing, dopo una secca Bull in the heather, dedicata un po' inspiegabilmente alla memoria di Darby Crash. Lee Ranaldo dispensa com'era prevedibile i suoni più inquietanti che si possano estrarre dalle sue numerose chitarre elettriche, ma anche la precisione ritmica del batterista, Steve Shelley, non finisce mai di stupire.

Alla fine, identificherò il vertice della serata nella misteriosa Shadow of a doubt, proposta a metà concerto, a giudicare da come risuonerà insistente nelle mie orecchie anche quando lasciamo il parco della Pellerina, dopo un’ora e venti soltanto di concerto effettivo per via dei soliti limiti d’orario imposti alla musica all’aperto.

Emiliano Russo

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