Magazine Venerdì 13 dicembre 2013

Margini, i racconti di fiume e paese di Zena Roncada

Panorama della pianura mantovana dall'argine del Po
© Foto Di Spalle / Flickr.com

Magazine - Pentagora, casa editrice che nasce come laboratorio aperto a ricerche, riflessioni e narrazioni dedicate al mondo rurale, alle storie, agli affetti della gente comune, pubblica in questi giorni Margini (Pentagora, 2013, 176 pp, 12 Eu), una raccolta di racconti di Zena Roncada.

Come suggerisce Lucia Saetta, curatrice della  raccolta, sono racconti di fiume e di paese che nascono dal desiderio di portare in superficie e trattenere frammenti di esistenze che scorrono lungo il filo del Novecento e si incontrano sullo sfondo della campagna, della riva di Po. Abbiamo fatto qualche domanda all'autrice.

Margini, la raccolta dei tuoi racconti, si incentra su una serie di personaggi marginali. Da cosa nasce questa scelta?
«Cerco di raccontare personaggi che mostrano la loro umanità non in imprese eccezionali, ma nel quotidiano, con gesti a volte impercettibili. Personaggi che vivono nelle zone laterali dell’esistenza, nei margini non illuminati dai riflettori, in periferie dove sono possibili piccoli spazi anarchici di diversità, fuori dal cor(p)o delle convenzioni e delle regole. Sono donne e uomini, bambini e vecchi: gente comune ma non livellata, a volte con una particolarità borderline, come Volando che vive cacciando i piccioni sulla torre o come l’uomo che fa le cataste di legna, ma dentro il tessuto connettivo di un paese di campagna e di nebbia, che tutto sa e tutto contiene, anche la bizzarria».

Dentro alla parola Margini abita la parola argini, altrettanto presenti e vitali nei tuoi racconti; il paesaggio non è solo una cornice, ha un ruolo importante: interagisce con i personaggi fino a modellarli.
«I luoghi trasmettono un modo di sentire, di parlare, di mangiare, di misurare lo scorrere del tempo. La campagna ha le sue dolcezze e le sue crudeltà: è risorsa e maledizione, insieme, perché impone tempi, modi, ritmi. Fatica. Anche adesso, nonostante attrezzature sempre più intelligenti, è lei a governare, insieme alle stagioni. Noi della Bassa, poi, viviamo con il Po più in alto della nostra testa: difficile scordarsene. Lo dicono le file di pensionati sull’argine, a controllare piene e decrescite, con un rito che non si è mai esaurito. Qualche decennio fa, la terra, gli animali, il fiume erano presenze ancora più pressanti e incisive. Adesso il paesaggio è cambiato, non si vive solo di agricoltura, però, a primavera, è facile trovare in un campo, lavorato col trattore più moderno, una croce di rametti con l’ulivo benedetto, come preghiera propiziatoria di un buon raccolto e come esorcismo contro il maltempo».

Cosa è rimasto del mondo che descrivi?
«Nella realtà, nel paese che mescola vecchio e nuovo, sono rimasti il fiume, l’argine, le tribù di pioppi, le case geometrili anni ’50, e la campagna: una campagna che ha perso filari e acquistato serre e naili (il plurale di nylon), semine di pannelli solari e impianti a biomasse. Sono rimasti i vecchi, che hanno racconti di vita agra e di pazienza: sono lo stampo di certe figure del passato, radicate e radicali nei valori, nei bisogni e nelle scelte. Anche nelle abitudini e nelle passioni: dall’opera lirica alle tagliatelle fatte in casa, dal Po accompagnato tutti i giorni in bicicletta al corredo ben sistemato nell’armadio grande. E grazie ai vecchi è rimasto l’amore per la parola, per una parlata rotonda e musicale, con le vocali aperte e un ritmo morbido, un po’ cantato».

Come sei riuscita a caratterizzare così precisamente e in modo particolare le figure femminili? Come la Sibelia, dagli occhi inutilmente azzurri; la Stelladiana, col destino scritto nel nome; l’Alda ’sta figlia grossa e lenta che pareva lavata nello zucchero, e le donne di Chiffon.
«Ho vissuto in una grande famiglia piena di donne: al centro una zia sarta che usava la cucina come laboratorio collettivo e l’ingresso come sala prove per le clienti. Osservavo i gesti, le espressioni davanti allo specchio o a un giornale di modelli quasi parigini, e ascoltavo i discorsi che andavano tranquillamente dalla vita al giro-vita. Ho imparato alcune cose essenziali, ad esempio il potere di quel principio riequilibratore universale che è la pince, una piegolina capace di nascondere o fingere rotondità inesistenti. Credo sia nata fra le pareti di casa la confidenza con un mondo di sfumature e soprattutto di storie, dentro il contenitore di un paese di campagna che però ha sempre cercato di ben figurare».

Le parole che usi disegnano ogni gesto con precisione sartoriale,  a volte svelano mondi, perfino cieli interi: penso a quei cieli cinesi e cavi: solo infilzati dalla galaverna. E dal silenzio dell’aria pulita. Ma dove scovi queste parole e queste immagini?
«Provo a farle arrivare dai mondi che racconto, in parte trascorsi, in parte persistenti, dall’esattezza lessicale di certi termini dialettali che tagliano d’accetta e traducono i concetti in immagini mai ambigue. Nel dialetto niente è casuale: diminutivi e vezzeggiativi vanno ad intaccare la sostanza stessa delle cose (anche la  nebbia è diversa se si materializza in fumana, fumanela o fumanòn). E poi credo che le parole siano meticce (mescolano il vivere, il fare e il sapere) e si contaminino quando i luoghi e i tempi si toccano e si prestano qualcosa. Il francese nelle mani delle sarte, ad esempio, è meraviglioso: diventa il taièr, l’introdur, il noaset».

Leggendoti, tutto è così vivo da sembrare realmente accaduto. Quanto c’è di invenzione e quanto c’è di realtà nella tua narrazione?
«Tutta la realtà e tutta l’invenzione che possono convivere dentro un ricordo, una voce che gira per piazza, una storia raccontata a tavola. Nel gioco della scrittura. Realtà e invenzione si addomesticano a vicenda: prestano o sottraggono un dettaglio, un colore, tacciono un nome o lo arruffianano, dilatano una situazione o la restringono, cooperano, insomma. I sentimenti, però, hanno il loro grumo di verità: quelli non si inventano, ma si captano e si vivono».

Perché hai voluto intitolare una sezione del libro Il tempo delle formiche sulla tavola?
«Contardo, un vecchio capolega, descriveva gli anni passati come il tempo delle formiche sulla tavola: erano anni molto poveri e duri, i primi del ’50, fatti di scontri fra braccianti e agrari per l’applicazione corretta della nuova legge sui contratti agricoli; in terra non cadeva neanche una briciola di pane ed era sulla tavola che le formiche dovevano cercare. Inutilmente. Mio padre allora era sindacalista della Federbraccianti: gli sono passate davanti agli occhi e dentro al cuore tante lotte e vicende, tante figure piene di dignità. Io le ho prese in eredità perché non ne vada perso né il calco né la memoria. Si scrive anche per questo: non per tornare indietro, ma per sapere su quale strada si cammina».

di Lucia Saetta

Potrebbe interessarti anche: , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin , MiniVip&SuperVip. Il Mistero del Viavai di Bozzetto: il cinema si fa fumetto , Il segreto del faraone nero, una nuova stoccata letteraria di Marco Buticchi , Auguri Andrea Camilleri! Lo scrittore compie 93 anni, la recensione del Metodo Catalanotti

Oggi al cinema

Nessuno come noi Di Volfango De Biasi Commedia Italia, 2018 Betty è un’insegnante di liceo bella, anticonformista e single per scelta. Umberto è un noto docente universitario, affascinante, strafottente alle prese con un matrimonio noioso e privo di passione. I due si incontrano per la prima volta quando Umberto... Guarda la scheda del film