Magazine Venerdì 29 novembre 2013

Il blu è un colore caldo. La recensione

Léa Seydoux and Adèle Exarchopoulos in una scena del film La vita di Adele

Magazine - Premessa. Ho una regola non scritta, nella mia esperienza di lettrice forte e spettatrice ancora più forte: un'opera di narrativa – che sia un romanzo, un film o altro – deve farmi scoprire qualcosa che ancora non so. Mostrarmi una prospettiva inedita, anche in quegli argomenti che credo di conoscere come le mie tasche.

Prendiamo ad esempio l'amore. Se i suoi meccanismi nel mondo reale restano un piacevole mistero, la letteratura è stata capace di scavare al suo interno e rivoltarlo in tutte le salse. E con essa il teatro, la canzone, le arti visive, il cinema e così via.

Ci vuole poco a far battere il cuore di lettori e spettatori: è sufficiente un happy end con bacio romantico sotto la pioggia, una morte tragica che fa strappare le vesti, commoventi addii tra nuvole di fumo e sottofondo di pianoforte. Asciugate le lacrime, però, cosa resta? Cosa abbiamo imparato dell'amore che ancora non sapevamo, dopo la comparsa della parola fine su sfondo nero?

Fine della premessa. È importante per me ribadire questi concetti, prima di cimentarmi nel tentato confronto tra due modi di raccontare l'amore, anzi, di raccontarne una sfaccettatura molto specifica, ovvero l'amore tra due donne. Uso l'espressione tentato confronto perché con il senno di poi risulta impossibile paragonare due storie così diverse.

Cosa accomuna la graphic novel Il blu è un colore caldo di Julie Maroh (Rizzoli Lizard, 2013, 158 pp, 16 Eu) e il film La vita di Adèle di Abdellatif Kechiche? Praticamente nulla, a eccezione di alcune scene e del pitch ridotto all'essenziale: una studentessa di liceo si innamora di Emma, che studia Belle Arti e ha i capelli blu.

Cosa ci insegnano sull'amore queste due storie? La lezione di Kechiche è molto interessante, forse una delle più costruttive che io abbia mai visto. Nel bene e nel male, La vita di Adèle ha colpito nel segno. C'è chi ha percepito questo film come una rivelazione, chi lo ha trovato eccessivamente lento, chi pornografico, chi un poco riuscito tributo alla Nouvelle Vague.

L'iper-realismo con cui Kechiche ha raccontato Adele, gli occhi e le labbra inquadrati fino allo sfinimento, le lunghissime scene di sesso, si unisce a una trama dove il realismo è altrettanto evidente. Pur sfiorando il limite della noia da una parte e del feticismo dall'altra, la narrazione funziona. Ovvero ha un senso compiuto, i suoi elementi sono incastrati sulla base di una logica cristallina.

Può piacere o scandalizzare, questo è soggettivo, ma l'unico dato oggettivo di cui bisogna tenere conto è che la narrazione abbia una sua logica. Tanto più perché non interviene nessun deus ex machina a rispondere ai numerosi punti interrogativi: Adèle è eterosessuale, lesbica o bisessuale? Come si è evoluto il rapporto con la sua famiglia? Ha mantenuto i contatti con gli amici del liceo?

L'occhio della telecamera è troppo impegnato a osservare Adèle per darci le risposte: non sembra quasi di essere al cinema, ma seduti sull'autobus, o su una panchina al parco, o all'inaugurazione di una mostra, a sbirciare e origliare cosa succede intorno a noi. In fondo, semplificando, la vita lenta e iper-realista che viviamo ogni giorno ci dà forse tutte le risposte?

Gli elementi qui descritti per tentare il paragone di cui sopra mancano quasi del tutto ne Il blu è un colore caldo. Una lettura godibile, un uso intelligente dei colori (soprattutto le sfumature di blu), ma la narrazione non aggiunge e non toglie nulla a quanto già si sa sull'amore e sull'amore tra donne, per due ragioni principali.

Numero uno: la trama, come già detto, è completamente diversa dal film. Lo è in particolare per un elemento chiave (e qui mi scuso in anticipo per lo spoiler): a pagina 1, precisamente nella quarta tavola di Il blu è un colore caldo, il lettore scopre che la protagonista – il cui nome non è Adèle ma Clementine - è morta, e che ha lasciato alla compagna Emma i suoi diari, dove ha raccontato la genesi e l'evolversi del loro amore.

La lettura della graphic novel è un alternarsi di presente e passato, verso un finale che già si conosce, ma di cui non si sanno ancora le ragioni. Perché Clementine muore? Cosa le è capitato? E soprattutto, la scelta di far morire questo personaggio funziona? Fermo restando il sacro diritto di ogni scrittore alla libertà, la domanda è lecita.

Tanto più che la narrativa lgbt è - ahimé - piena di personaggi morti che fanno tanto piangere ma che non sempre funzionano: I segreti di Brokeback Mountain, A single man, Pomodori verdi fritti, Boys don't cry, Una casa alla fine del mondo, Minchia di re, L'altra metà dell'amore, eccetera. Un fenomeno che ha pure un nome, come ho scoperto di recente grazie allo staff di Lezpop.it: sindrome della poiana.

Numero due: La vita di Adèle non è un film lesbico, Il blu è il colore caldo è una storia lesbica. Julie Maroh ha posto in secondo piano l'esaltazione della fisicità della protagonista per ribadire ancora una volta quanto sia dolorosa e piena di ostacoli la vita di un'adolescente che si scopre lesbica. Ancora una volta l'amore diventa un fattore politico prima che un sentimento. Intenzioni più che nobili, soprattutto in una Francia che ha di recente approvato il matrimonio fra persone dello stesso sesso.

Solo che, un po' provocando, mi chiedo se non sarebbe il caso di dare un po' più di spazio al sentimento, all'attrazione sessuale, alla consapevolezza del proprio corpo, a quanto tali elementi siano cruciali nel definire la nostra identità, a prescindere dall'orientamento sessuale. Parlare e denunciare la non-accettazione, i diritti negati, le persone che scelgono di morire per non soffrire più, è importante e molto, ma lo è altrettanto il provare a guardare oltre, a raccontare questi temi sotto un'altra prospettiva. A ricordarci che l'omosessualità e l'eterosessualità sono anzitutto una questione di sentimenti e di corpi.

Di amore, appunto.

di Marta Traverso

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