Concerti Magazine Sabato 6 luglio 2002

Musica dal mondo

Difficile non stancare o non essere ripetitivi nel campo della musica etnica, dove spesso spuntano veri e propri mestieranti. Rischio ancora maggiore, sempre in agguato, è lo scadere nel “folcloristico”, nel senso peggiore del termine.
Davide Ferrari, professionista esemplare e leader storico del gruppo di Echo Art, col suo stuolo di insostituibili collaboratrici, evita felicemente tutti questi ostacoli.
Ne è riprova la “sua” creatura, il Leggi l'articolo , giunto nel 2002 all’undicesima edizione, ancora una volta nella splendida cornice del Porto Antico.
La ricetta giusta, a mio parere, è la scelta tematica (quest’anno Migrazioni), ovvero un fil rouge che lega tutti gli spettacoli, il cui ambito geografico di riferimento va ben al di là della sola e oramai un po’ troppo costringente area mediterranea, accompagnata dalla qualità delle proposte presentate al pubblico. E la risposta è sempre positiva, per numero e per gradimento.
Ferrari è un infaticabile organizzatore-menestrello, sia nei giorni del Festival che nei frequenti concerti itineranti nei carruggi o nella “dependance” camoglina.

Le prime due serate sono state una chiara esemplificazione di quanto sopra tratteggiato.Tre set per l’inaugurazione.
I Maharaja del Rajasthan ripropongono misteri, tradizioni, colori, la realtà di uno spicchio di un grande Paese come l’India, con grande impatto visivo e sonoro. Costumi rigogliosi, tessuto ritmico vivo, danza a momenti forsennata con la “curiosità” di un ballerino “en travesti”.
Con un volo di 10.000 km. si arriva fino in Alsazia, con il Tchavolo Gipsy Swing Group, erede della tradizione manouche. Tre chitarristi, tra cui il leader e Mandino Reinhardt, nipote del grande Django e un contrabbassista, creano sofisticate atmosfere jazzate, abili assoli, qualche venatura spagnoleggiante. Il clima è quasi confidenziale, da bistrot fumoso e alcolico, rintracciabili in vecchi film noir con i giovani Belmondo e Delon, gangster nella Parigi anni ’50.
La prima serata si è conclusa all’insegna del grande flamenco con l’andalusa La Tolea. Scrupolosa custode di usanze gitane provenienti dall’India, le riconsegna con tutta l’intensità, la sofferenza, a tratti il dolore, di una danza e di una musica, in cui i virtuosismi non sono mai fini a se stessi e risultano ben lontane dagli stereotipi accomodanti da villaggio turistico.

La seconda serata ci ha raccontato dell’Africa nera.
Più convincente il secondo set con gli incontenibili Yelemba della Costa d’Avorio. Danza e musica intrecciati perfettamente, indispensabili l’una all’altra. Sontuosi costumi e maschere tradizionali, così come gli strumenti. Energia purissima con crescendo ritmici e assoli straordinari dei percussionisti. Un suono travolgente che raggiunge intensità ipnotiche e trascinano il pubblico (molti saltano sul palco per esibirsi in estemporanee danze, in un paio di casi con ottimi risultati).
Comunque di grande interesse e all’altezza di una meritata fama il concerto di Sonia Diabatè, esponente guineana del canto griot, specie quando sale il ritmo e la potenza, con coinvolgenti inserti di danza. Da sottolineare una superba interpretazione, solo voce, dedicata a colei che considera la sua maestra, un vero “mostro sacro”, Miriam Makeba, di cui non posso non ricordare uno straordinario concerto nel “fu” Teatro Margherita (oggi, guarda il caso un supermarket).

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Oggi al cinema

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