Magazine Giovedì 28 novembre 2013

Glenn Cooper: «Gli uomini muoiono. I libri restano»

Glenn Cooper
© Edizioni Nord

Magazine - Avrebbe potuto scrivere saggi scientifici e basta, oppure diventare un campione di articoli per riviste specializzate con quel piglio narrativo che ha. Ma a metà dei trent’anni il demone o tarlo della scrittura ha cominciato a tormentarlo fino a quando non ha trovato uno sbocco naturale, come un fiume che deve sfociare a tutti i costi nel suo mare salato, perché sennò muore.

Parliamo di Glenn Cooper, l’americano che ha venduto due milioni di copie come esordiente, con il suo libro La biblioteca dei morti (Ed. Nord) e che si è visto rifilare prima del successo ben 65 rifiuti da editori differenti.
Quando lavorava come medico nel campo della ricerca per una importante società non si sentiva appagato: cominciò a scrivere sceneggiature per il cinema per comprendere che più scriveva e più gli piaceva quel nuovo modo di stare sull’orizzonte dei suoi anni.
«Ho trovato così il perfetto equilibrio tra la mia vita scientifica e la mia passione, la scrittura», dice.

Per il suo nuovo libro, Il calice della verità ( Ed. Nord, 409 pp., 19,60 Eur, nella traduzione di Roberta Zuppet), lo incontriamo al Park Yatt di Milano, un gioiello di albergo nel cuore della città, rilucente di ottoni come una nave pronta per il varo.
Arriva all’improvviso, con una camicia blu notte e un maglione sulle spalle. Mi stringe la mano come se ci fossimo sempre conosciuti: è una persona cordiale, fa subito simpatia.

Lei è un uomo molto semplice, alla mano: un simple man, lo sa?
«Come Forrest Gump ? (Ridiamo tutti)».
No, no (mi schermisco io: cominciamo bene). Ho letto su Vanity Fair un’intervista a Glenn Cooper in cui lo si definisce appunto un uomo semplicissimo benché con la sola pubblicazione della Biblioteca dei morti avrebbe potuto tirarsela tutta la vita.

La semplicità è un suo ingrediente segreto oppure ce l’ha di suo e basta?
«No, io sono così. Sei così, semplicemente. Non sono uno che ami promuoversi. Quando ero presidente e amministratore delegato di una piccola azienda di biotecnologia dovevo per forza incontrare tantissime persone per promuoverla, cercare investitori, e facevo fatica perché sono abbastanza riservato a differenza di altri miei colleghi che invece prediligevano quest’aspetto, le pubbliche relazioni».

Nel suo libro ha scritto: Gli uomini muoiono ed i libri restano.
«È vero. Sono anche preoccupato del fatto che ormai anche il libro cartaceo possa morire, domani. Non so se tra cent’anni ci sarà ancora oppure ci saranno soltanto file multimediali».

Lei si sente molto americano nel compiere le ricerche prima di scrivere i suoi libri?
«Ma lei crede che in Europa sia diverso, cioè che si facciano ricerche meno approfondite? Credo che Umberto Eco faccia tantissima ricerca accademica prima di scrivere i suoi volumi. A lui mi ispiro. Comunque ne faccio tanta, soprattutto per questo mio ultimo libro, anche perché contiene molti argomenti diversi. Da Thomas Mallory a Gerusalemme, a Gaudì ed alla Catalogna, alla vita di Cristo ed alla sua resurrezione, dai libri sul Sacro Graal, (Il titolo originale del libro è The Resurrection Maker) fino a questioni fisiche e scientifiche, ho letto quasi 250 libri».

Lei vende tantissimo, soprattutto in Italia, dove però i critici non la amano. Luciano Genta su La Stampa, qualche settimana fa, ha bollato il suo libro come insignificante. Ma il libro è bello, ha un ritmo che ti piglia al collo e non ti molla mai, e sta scalando le classifiche. Com’è il suo rapporto con i critici ?
«Le dico subito che considero ed ascolto tutte le voci del coro, anche quelle dissonanti o quelle più difficili da digerire. Credo tuttavia che questo rientri nella normalità.E’ impossibile pensare di poter piacere a tutti. Alla fine dei conti per me – però – contano certi momenti in cui un genitore mi dice:i miei figli non leggono nulla, se non i tuoi libri. Cosa c’è di più bello od importante di questo?»

Che tipo di scrittore è Glenn Cooper, cioè come scrive, e quali sono gli autori a cui vorrebbe assomigliare?
«Prendo la scrittura come un lavoro normale (an ordinary job). Mi alzo al mattino (non molto presto) e lavoro tutto il giorno. Quando ho lo slancio non mi fermo mai. Perciò lavoro sette giorni su sette. Per scrivere Il calice della vita ho impiegato circa un anno. Tra ricerche e scrittura. Alcuni mesi mi servono poi per rifinirlo. Non leggo mai romanzi quando scrivo i miei perché è troppo facile pescare – anche inconsciamente – da qualcosa che si ha sotto gli occhi quando si scrive».

Anche lei si fa aiutare da un team di ricercatori come Ken Follett?
«Non sapevo che Ken Follett avesse una equipe di assistenti. No, non penserei mai di affidare la parte della ricerca ad altri perché è la parte dello scrivere che mi piace di più. Leggere libri è più facile che scriverli. Gli autori che ammiro di più sono quelli che mi hanno influenzato non tanto come contenuti ma come stile, Wiliam Faulkner, John Fowles e Graham Green e John Le Carrè che ha un bellissimo suono ed un grande ritmo».

Lei è un maestro del ritmo, che nei suoi libri non ti lascia scampo.
«Credo di averlo imparato dai film, dalle sceneggiature che ho scritto».

La persona più importante della sua vita?
«Mia moglie».

Il titolo originale del suo libro è The Resurrection Maker. Il calice del Graal è visto sotto un altro aspetto, e contiene forse molto di più di quanto non abbia visto un Luciano Genta: per esempio la figura di Giuda è stata rivalutata da lei, che lo descrive come una persona a cui nessuno di noi aveva mai pensato prima, imprigionati come siamo nello stereotipo millenario del traditore.
«Prima di tutto grazie. Senza Giuda non ci sarebbe stato Cristo. Se Cristo non fosse morto per risorgere, se fosse morto soltanto di vecchiaia, la Cristianità non sarebbe esistita».

In una biografia di Oriana Fallaci scritta da Cristina Di Stefano appena uscita (Rizzoli), nella quarta di copertina è riportata una frase della giornalista: Non si può vivere senza amore. Io ci ho provato, ma non ci sono riuscita. Anche per lei è così, visto che è così innamorato di sua moglie?
«Si, certo».

E con lo stesso amore, anche se diverso, nutre i suoi libri come se fosse l’ingrediente segreto di Heinz Beck (lo chef de La Pergola)?
«Si, sicuramente si. Il protagonista di questo libro è convinto di cercare un oggetto convenzionale, il calice del Graal ma poi si accorge di essere alla ricerca dell’amore».

Come mai tratta sempre male i giornalisti nei suoi libri?
«(Ride). Me l’hanno già chiesto. In questo libro il giornalista era inglese e mi riferivo alle tattiche usate anche in ultimo dai giornalisti di tabloid, quelli alla ricerca di scoop a tutti i costi».

Il piatto che lei preferisce ed il ricordo (memory) più importante della sua vita, quello di cui non potrebbe fare a meno.
«Il ricordo fondamentale è quando ho incontrato mia moglie in uno scavo archeologico. Lei aveva 17 anni ed io 19. Oggi siamo ancora insieme.Il piatto preferito è il risotto alla milanese con tartufo bianco».
Cavolo ! Siamo d’accordo.

di Alberto Pezzini

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