Magazine Mercoledì 3 luglio 2002

L'uomo che veniva da lontano (parte III)



Lacrime durate tanto, troppo. Poi ne sono venuti altri , italiani, stranieri, con gli stessi nomi , gli stessi occhi e gli stessi profumi, e mentre gli stavo sopra e ancheggiavo per farli venire, con le loro mani a strizzarmi i capezzoli, chiedevo a tutti se conoscevano Baku, che mi raccontassero com'era.

Qualcuno diceva che ci era passato, altri dicevano di non divagare, che dovevo solo farli godere, da brava puttana. Io continuavo a pensarci. A Baku. A quell’uomo, il solo di cui avevo tenuto addosso qualcosa, una impronta, un odore, una sensazione così speciale, e andavo con altri sentendolo sempre dentro la testa e nella pancia, a muoversi un po’ frettoloso ma capace di arrivarmi lì, dove tutti siamo più vulnerabili, nella parte molle e indifesa. Poi ho smesso, il ricordo è diventato sfocato e chiaro, non sono più riuscita a ricordare i contorni del viso, la voce, le mani. Quelle poi si sono confuse con tante altre che mi hanno allargata, picchiata graffiata ed esplorata e Baku si è confusa con tante altre città esotiche, con tanti posti, con mercati, te aromatici e bazar.

Adesso non sono più una ragazzina ma so farli ancora godere. Vengono da me, mi chiedono quello che le giovani non fanno, tranne le tossiche che di quelle però, i marinai con un po' di sale in zucca, hanno paura. Vecchia per dire. Sessant'anni e una lunga treccia di capelli ancora neri, aiutati dall'henné. La mia bocca continua ad essere famosa, qui, da dove si vedono attraccare e partire tutte le navi, i cargo e i traghetti. E a volte è passato qualcuno di Baku o che a Baku era attraccato per qualche notte e per un attimo ma solo per un attimo ho pensato a lui, a quella lingua che prometteva cose che non avrebbe mantenuto assorbendo piacere dal mio corpo bisognoso di quella tenerezza da due soldi, di quell'amore mercenario e veloce, regalato fra cosce aperte e gemiti finti.

Anche gli altri di Baku, poi, sono ripartiti, qualcuno, a differenza di lui ha fatto colazione con me, ha gradito il pane e burro, altri mi hanno salutato con un bacio. Io mi sono pettinata sul davanzale, cascata di capelli in avanti, seni nudi esposti al vento forte, ho guardato il mare gonfiarsi e le onde spumose aprirsi al cargo che andava lontano. In attesa del prossimo, fra la puzza di muffa, la roba stesa, le urla delle indonesiane e la preghiera lamentosa della coreana che arrivavano dai terrazzi. Fra i miei sogni caduti a terra in pezzi troppo piccoli per poter essere ricomposti, anche nello spazio di una illusione.
di Francesca Mazzucato

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