Magazine Mercoledì 3 luglio 2002

L'uomo che veniva da lontano (parte II)



Le sorprese arrivano da carrette stanche che cercano momenti di riposo. Cargo, marinai con bottiglie di brandy in mano. Alcuni si fermano nei night dell’angiporto, altri si addentrano nel centro storico e allora ci sono io ad aspettarli con un letto comodo e grande, li curo come sultani, una brava puttana deve fare sentire il maschio un re. Deve venerarlo. Neri, arabi, armeni. Italiani, francesi, senegalesi. Nedim che mi trovava troppo magra, “sei uno scheletro, non ti vedi?”, e mi invitava a mangiare la zuppa di pesce coi crostini, e poi una bella orata con contorno in un ristorantino che ha chiuso l’anno scorso e se indugiavo diceva “mangia, mangia, anche il tiramisù ti devi fare”. Per lui le donne dovevano essere polpose, quasi grasse, col tempo lo sono diventata.

Tanti Gennaro, Salvatore, Ciro. E poi Kostandinos e Abdul che parlava solo di Amina, la donna che aveva lasciato chissà dove, e voleva vederla in me, voleva sentirla entrandomi dentro, chiamava il suo nome con le lacrime agli occhi. Era dolce, pensavo fosse una donna fortunata Amina, la invidiavo, poi tornò anni dopo e mi disse che aveva conosciuto una italiana ricca ed era rimasto, dimenticata Amina, le passioni, in fondo, sono fatte per finire, solo noi bagasce restiamo, noi sappiamo ascoltare come nessuna altra donna sa fare. Racconti di viaggio, quanti ne ho vissuti con i clienti, quanta parte di mondo mi sembra di aver visto, dopo la scopata, con la sigaretta fra le dita, isole strane come le Kizil Adar, a pochi chilometri da Istambul, e Bastia, Marsiglia, tanti temporali di quelli che si vedono poche volte l’anno quando il mare si incendia di fulmini azzurri e spaventosi e i tuoni rimbombano tanto che sembra che tutto stia per saltare in aria, “la fine del mondo, pareva che tutto stesse per bruciare come all’inferno”. Facce, corpi, racconti e ancora posti mai visti e che mai vedrò. A uno dell'Azerbaijan ho lasciato il cuore, dopo una notte di un tempo remoto sepolto nel mio cuore, una notte in cui mi ha scopato senza lasciarmi contare quante volte e perché. Una notte in cui mi ha stampato addosso qualcosa e io ho pensato “se questo va via sarà come se si portasse via il mio braccio, come se mi mutilassero senza anestesia”.

Cosa mi aveva fatto? Non lo so più, anche allora lo sapevo dentro le budella, ma non c’erano parole per definirlo davvero. Capelli neri e occhi sottili, bocca vorace che pareva nata sulla mia carne, per farla fremere. La sua bocca la mia tempesta, il mio mare forza dieci. Avevo pensato di sparargli per non lasciarlo partire. O con me o morto, e io in galera a scontare la pena, saper uccidere per amore, roba da tipe toste. Resta, gli avevo chiesto portandogli il caffè. Lui era ancora nudo, col pene in erezione, e io avrei ricominciato e ricominciato ancora ma doveva partire e mi mandò via con una spinta. Non volle neanche fare colazione, neanche un po' di pane con burro e zucchero sopra. Restai nuda tutto il giorno ad aspettare la sua nave, volevo vederla lasciare il porto, volevo dirgli un addio che poteva risuonare solo dentro di me. Parole che non volevano uscire, strozzate in gola. Parole che lui aveva rifiutato di sentire e io ero lì, nuda e inerte col suo odore ancora addosso. Era di Baku, una città che nessuna delle mie colleghe conosce, neanche le giovani. “E dove caspita sarebbe questa Bacco, o come si chiama? Sei sicura che non ti abbia contato una frottola?”, commentò Rosaria, osservando stupita le mie lacrime.

di Francesca Mazzucato

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