Concerti Magazine Lunedì 1 luglio 2002

Goodbye John

Magazine - Una notizia quasi distratta, infilata, qua e là, tra i veleni politici di e-mail scottanti e lo squallore pallonaro di una finale poco invitante. Forse l’italiano medio, quello in coda verso il mare, piazzato su Isoradio, vi avrà badato quei due o tre secondi, quasi si trattasse degli inconvenienti di traffico alla barriera di Melegnano. E sempre quell’italiano medio, nell’afa del 27 giugno, manco sapeva chi fosse John Entwistle. Un nome di sottofondo come tanti, in attesa delle solite hit sulle pompanti FM o delle Miss in sfilata a Canale 5.
Eppure Entwistle è stato uno di quei personaggi che, con impalpabile discrezione, ha saputo dare un contributo evolutivo al rock. Lo ha fatto in silenzio, nell’ombra, senza eccessi.

I fan degli Who lo ricordano come quel bassista allampanato, flemmatico, immobile, mentre il resto della banda infuriava sul palco distruggendo strumenti a ripetizione.
Il sound degli Who non è nato solo dalla genialità di Pete Townshend, dall’imprendibile e volatile drumming di Keith Moon (un giullare finito alla corte di Dio nell’ormai lontano 1978) oppure dalla vocalità carismatica di Roger Daltrey. A legare ogni elemento, c’era anche quel basso, sospeso tra melodia e ritmo: potente, calzante, preciso. Entwistle ne studiava l’amplificazione con una cura senza precedenti per l’epoca.
Parliamo della seconda metà degli anni Sessanta, quando da My Generation, storica hit degli Who, emerge per la prima volta in un brano rock un assolo di basso, energicamente fedele all’urlo protestatario della canzone.

Il basso non era la chitarra elettrica con la quale potevi garantirti comparsate istrioniche nella centralità del palco: il bassista era un gregario, probabilmente il chitarrista meno dotato che per non essere cacciato dal gruppo ripiegava su uno strumento meno protagonista (eppure essenziale).
Entwistle avrebbe voluto suonare la chitarra, nel suo percorso trovò Pete Townshend (talentuoso più nell’inventiva che nella tecnica) ma, nonostante ciò, il suo non fu un ripiego.
Il timido John, a poco a poco, divenne un modello grazie al suo stile originale, attento alle sfumature armoniche: non eclettico come Paul McCartney o percussivo come Bill Wyman degli Stones. Aveva capito le potenzialità del suo strumento sino ad emanciparlo verso nuove prospettive, al di là dai servizi prestati alle follie di Moon o alle soluzioni armoniche di Townshend. Quei frutti verranno colti negli anni Settanta dalle nuove leve dell’hard rock sino ad influenzare i metallari d’oggi.
Senza il basso di Entwistle, capolavori come Tommy, Sell Out, Who’s next o Quadrophenia avrebbero assunto una fisionomia diversa.

Lui se ne va e intanto la stampa ci tiene a sottolineare – quasi con una punta di delusione – che nell’albergo dove è morto non sono trovati stupefacenti. Certo: quando c’è il rock di mezzo, l’agiografia pop ti conferisce la santità solo se hai percorso una carriera costellata di speed ball, buchi, canne e superalcolici. Poi, se hai dato anche un contributo musicale (e culturale), chi se ne frega. Per fortuna Entwistle non badava a tutto questo, chiacchiere giornalistiche comprese.




Siti collegati:
www.johnentwistle.com
www.thewho.net

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