Concerti Magazine Giovedì 27 giugno 2002

Una ne fa e cento ne pensa

Fabio Zuffanti è sicuramente uno dei musicisti genovesi più attivi sul fronte di una sperimentazione creativa che non disdegna aperture verso i più disparati territori sonori. È stato bassista di una delle migliori prog band cittadine (se non italiane), i Finisterre, con all’attivo diversi CD, di cui uno registrato dal vivo negli States. Oggi Fabio Zuffanti si divide tra varie attività musicali: è artefice de La Maschera di Cera (un concept album e, al tempo stesso, una band stile anni Settanta), del progetto Hostsonaten, in bilico tra jazz ed etnica, ma è anche parte in causa de La Zona. Per non parlare poi degli Spazio…

Prima di tutto, parlaci di questa ultima fatica degli Hostsonaten…
«Il disco, Springsong, è uscito già da qualche mese e, a differenza della presentazione unplugged di questa sera, è molto ricco di strumentazione (batteria, flauti, sassofoni, cornamuse), tanto da trasformare una rock band in una piccola orchestra. Il proposito di creare una versione acustica per gli appuntamenti live ci ha stimolati tantissimo, ma anche un po’ impauriti, perché nutrivamo qualche dubbio sulla resa, invece, già dalle prime prove, ci siamo accorti che l’idea filava… Le musiche sono mie ma il grande lavoro lo hanno fatto i musicisti che hanno suonato nel disco: io ho dato solo uno schema di base».

Come è nato, invece, il progetto Maschera di Cera?
«È nato con la precisa volontà di ricreare quel sound progressive italiano degli anni Settanta. Amo le sonorità di quell’epoca: non solo i classici PFM, Banco e Orme, ma anche i più “oscuri” quali il Balletto di Bronzo, Museo Rosenbach e Biglietto per l’Inferno, o il primo Battiato. Ho sempre avuto questa fissa di dovere un giorno fare un disco – mi rendo conto “derivativo” – che riprendesse quelle atmosfere e quelle tematiche».

Ma non finisce qui perché fra poco…
«…esce il CD de La Zona! Questo non è un mio progetto ma è comune ad altri musicisti. Con Stefano Marelli, Agostino Macor e Marco Cavani (tutti ex Finisterre) ci sarebbe piaciuto ripartire da quelle caratteristiche già presenti nei Finisterre, ovvero una certa sperimentazione legata al postrock contemporaneo (Mogway, Godspeed you black emperor)…»

…e anche a David Sylvian
«Eh già! Pensa che abbiamo avuto l’onore di avere come ospite il trombettista dei Psychonoesis, Michele Nastasi. Grazie al suo strumento, ha saputo dare al disco un tocco molto à la Sylvian».

Ci hai parlato della tua passione per il rock progressivo. Oggi che senso ha suonare questo genere?
«Per me è solo una grande passione: io amo questo genere, lo suono, non mi pongo grosse domande sul perché nel 2002 si faccia ancora progressive. Che poi sia progressive più “derivativo” come La Maschera di Cera o più “avventuroso” come La Zona, non è un problema. L’importante è suonare».

Nel corso della tua militanza con i Finisterre, hai avuto la possibilità di incontrare qualche nome della scena progressive italiana? Quali sono i tuoi ricordi?
«Abbiamo avuto la fortuna di conoscere il Banco, le Orme, il Balletto di Bronzo e la PFM, però, a dire la verità, non ci sono stati grossi scambi. Ho trovato questi musicisti piuttosto distaccati, non c’è stato un rapporto diretto. Eccezione fatta per Franz Di Cioccio, che s’è sempre dimostrato molto attento alla nostra musica, e per Michi Dei Rossi delle Orme, conosciuto in Messico quando aprivamo i loro concerti».

Ma so anche che come Finisterre vi siete sfiorati con Morgan dei Bluvertigo…
«Morgan era solito bazzicare lo studio di Roberto Colombo, allora produttore dei Finisterre. Noi stavamo registrando e gli chiedemmo se aveva piacere di collaborare con noi. Peccato che i nostri brani erano ancora in fase embrionale. Poi la cosa cadde…pazienza!».

Sogni nel cassetto?
«Troppi… tantissimi… In questo momento sono anche coinvolto in un progetto pop, Spazio, con Boris Valle (ex Finisterre) e la cantante Simona Angeloni. Siamo a un passo dal concludere un contratto importante ma non ti racconto altro per scaramanzia…».

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