Magazine Giovedì 27 giugno 2002

30 giugno 1960: chi se lo ricorda?



A quei tempi, una dozzina d'anni dopo le degne giornate di Genova, mio padre andava a sedersi sui binari della ferrovia con i suoi compagni della Fit Ferrotubi, a ogni nuova cassa integrazione che poi pagavano quando capitava e mai del tutto, trasformando i diritti in elemosine e i doveri in umiliazioni, e mia madre ingoiava rospi senza tacere alla San Giorgio, quella degli impermeabili impeccabili... Metalmeccanico lui, tessile lei, decenni di lotte e alla fine stessa conclusione: licenziamento per chiusura e tanti saluti.

Insomma, sono cresciuto in quel clima, respirando quell'aria sana, anche se spesso amara, imparando che senza la memoria siamo sacchi vuoti che vanno dove li sbatte il vento, banderuole prive di coscienza, per di più con i nonni materni che nel '43 tenevano nascosti i partigiani in solaio mentre a pianterreno i tedeschi saccheggiavano la cucina, e un'altra volta, in cui erano venute le camicie nere a cercare un parente più giovane per arruolarlo o sbatterlo al muro - a lui la scelta - mio nonno li aveva squadrati da capo a piedi limitandosi a dire fuori dai denti: «Vergognatevi». La minaccia di fucilarlo nell'aia rimase soltanto urlata, forse anche perché c'era da trebbiare e i contadini in quel momento servivano vivi, probabilmente sarebbero tornati dopo, a saldare i conti... ma dopo, passò il fronte e nell'aia venne a piazzarsi una compagnia di artiglieri polacchi, e la storia andò avanti con la famiglia al completo. Intanto, molto più a sud, mio padre, adolescente, ammirava il viavai di navi da guerra alleate nel porto di Bari appena "liberato". Era il 2 dicembre del '43, quando un fulmineo contrattacco dell'aviazione tedesca aveva messo a ferro e fuoco l'intera rada e parte della città, affondando diciassette navi. Tra queste, un cargo militare, il John Harvey, bruciando, avrebbe causato molte più vittime nei giorni e mesi successivi: perché conteneva duemila bombe all'iprite, e quel fumo avvelenò almeno mille civili e oltre seicento soldati. Il segreto sarebbe stato mantenuto per mezzo secolo, perché l'iprite era stata messa al bando dalla Convenzione di Ginevra e il suo uso vietato fin dal 1926. Nonostante i documenti e i filmati siano ormai "declassificati", nessuno ha mai chiesto a Washington cosa ci facessero quelle duemila bombe ufficialmente inesistenti e quindi "mai usate" nella Seconda guerra mondiale... Ancora non so come sia sopravvissuto mio padre a quelle esalazioni, visto che per giorni cercò di aiutare come poteva a caricare feriti e sgombrare macerie.

Dunque, sono cresciuto in una famiglia di persone che, nel loro piccolo, non sono mai rimaste indifferenti, non hanno "badato ai fatti propri", e tra i pochi libri che giravano in casa - neanche i libri pare stessero fermi - ce n'era uno di Gramsci dove ho ritrovato una pagina che sembra il nostro "manifesto di famiglia".

di Donald Datti

Potrebbe interessarti anche: , Rosso Barocco, «l'arte può diventare una passione pericolosa»: l'ultimo noir dei fratelli Morini , Superman, a fumetti la storia dei suoi creatori: eroi del quotidiano con il dono di saper far sognare , Il segreto del mercante di zaffiri di Dinah Jefferies, una drammatica storia romantica , Maurizio De Giovanni, Il purgatorio dell’angelo: tempo di confessioni per il commissario Ricciardi , SenzOmbra di Michele Monteleone, un racconto per ragazzi che piace anche ai grandi

Oggi al cinema

Lumière! La scoperta del cinema Di Thierry Frémaux Documentario Francia, 2016 Nel 1895 i Lumière inventano il cinematografo, la macchina magica capace di riprendere il mondo. I loro operatori, inviati ai quattro angoli della terra, danno inizio alla più grande avventura della modernità: catturare la vita, interpretarla,... Guarda la scheda del film