Magazine Venerdì 18 ottobre 2013

Manuel Vázquez Montalbán: il ricordo a dieci anni dalla scomparsa

Manuel Vaazquez Montalban

Magazine - Dieci anni fa oggi abbiamo pianto in parecchi, per coriacei che siamo con 'sto lavoro che abbiamo scelto, quando la voce di Luca Crovi da Radio2 ha annunciato la morte di Manuel Vázquez Montalbán da solo, all'improvviso, per un attacco di cuore all'aeroporto di Bangkok a 64 anni soltanto.

Dieci anni che sembrano una vita quanto a eventi storici, cinque minuti rispetto alla perdita. E alla certezza che lui non si sarebbe scoraggiato e neanche svenduto alla fama, non avrebbe fatto concessioni né sulla scrittura, né sulle analisi impietose. E chissà che cosa sarebbe riuscito a far capire attraverso i suoi scaltrissimi romanzi con Pepe Carvalho.

Manolo Montalbán nasce nel '39, proprio l'anno dell'ascesa di Francisco Franco, un dittatore quasi dimenticato perché è morto nel suo letto, non si è alleato né con Mussolini né con Hitler, sembrava il meno peggio tra i tiranni che misero a ferro e fuoco il nostro continente. Manolo non la pensava così, aveva scritto una falsa autobiografia del Caudillo (Io, Franco, Frassinelli) e diceva: «All'epoca della morte di Franco è stato stabilito un patto di non aggressione sulla memoria storica, tra franchisti e antifranchisti alla ricerca della democrazia. La riflessione è iniziata vent'anni dopo, con il risultato che le generazioni successive potrebbero pensare che Franco sia vissuto nel pleistocene. Franco appare come una sorta di dittatore di provincia, ma bisogna ricordare che è stato un uomo di una crudeltà straordinaria».

Lui aveva assaggiato il carcere di Franco come dissidente e anche la moglie, Anna Sallés, che all'epoca era la sua ragazza. Manolo non parlava mai di quel periodo, diceva che per lui era davvero stato solo un assaggio, che lo avevano messo dentro giusto per avvertirlo, come dire: Questa volta te la cavi con poco, ma attento a non riprovarci...E così, per rispetto ai torturati, ai morti, a lui sembrava impudico parlare delle sue prigioni. Al massimo qualche aneddoto, tipo che lui e la sua ragazza si scambiavano dediche alle radio, canzoni dei grandi cantautori francesi dell'epoca e i detenuti comuni non ne potevano più di quelle lagne che gli sottraevano le canzoni popolari d'amore di cui andavano pazzi. I cantautori erano accompagnati da un coro poderoso di: Bastaaaa! La volete piantare voi dueeeee!

Questa modestia colpiva al cuore, oggi di più, se si pensa ai cialtroni letterari che hanno barato con storie di detenzione e torture fasulle. Vabbè, passons e torniamo indietro. A quel Manolo che nasce nel barrio Chino da una modista e da un dissidente che conoscerà solo all'età di cinque anni, quando uscirà dal carcere. Il barrio è stato la spinta decisiva, quello che ha fatto di Manolo ciò che era: l'unico diplomato alle superiori di tutto il quartiere. E ovviamente l'unico laureato (lettere, filosofia e giornalismo). Tutto quello che ha fatto - se non si calcolano l'ispirazione e il bisogno di scrivere - lo ha fatto pensando al barrio: si considerava il riscatto di quel borgo popolare, povero, ignorante e soprattutto un esempio, la prova della possibilità del riscatto. Con modestia mista a fierezza e senso d'appartenenza. Un senso d'appartenenza con cui ha convissuto sempre, lo ha reso portatore di speranze, benché alquanto pessimista.

E insomma, studia, si laurea, va in piazza, si fa mettere dentro, condannato a tre anni con pena in seguito dimezzata e non lavora. Perché non c'è lavoro per i dissidenti. Quindi scrive con pseudonimi, fa il ghost, traduce tantissimo, soprattutto italiani (quindi parlava quasi bene la nostra lingua e questo era un disastro per le interviste, che perdevano parecchio del senso dell'umorismo e dei giochi di parole che avrebbe potuto fare in spagnolo) e nel frattempo scrive per se, poesie, che sono il più grande amore, poi romanzi sperimentali in cui, tra l'altro, compare per la prima volta Pepe Carvalho e siamo già nel '72.

I lettori italiani leggeranno Ho ammazzato Kennedy nel 2001 e non riusciranno a credere che da quel romanzo - per loro improponibile - sia nata forse l'idea del detective diventato famoso nel mondo (lì, tuttavia, faceva la spia). Tatuaggio (Feltrinelli) esce nel '74, quando il dittatore Franco è ancora vivo, quindi è ambientato in un'Amsterdam improbabile che somiglia tanto a Barcellona.

E nasce da una delle - poche - sbruffonate di Manolo: gli amici lo prendevano in giro per la sua letteratura colta e spesso astrusa (tutta pubblicata da Frassinelli), che non gli dava da mangiare. Era una sera etilica abbastanza spinta, così saltò fuori la sfida: scommetto che non riusciresti mai a scrivere un romanzo di cassetta e di successo.

Manolo accettò - un po' come Simenon, che scrisse il primo Maigret in un paio di giorni seduto a una scrivania nell'atrio del giornale per cui lavorava - e si impegnò a farlo di 48 ore. In cui non smise di bere e non dormì. Il resto è storia, ma l'analogia con Simenon ha una certa importanza, tant'è che Carvalho - con molta molta libertà - è ispirato proprio a Maigret, sia per le atmosfere che per l'amore per il cibo. L'unica incrinatura nel nostro idillio giornalistico avvenne proprio quando mi permisi di accennare a Nero Wolfe di Rex Stout a proposito della gastronomia. Lì, secondo me, l'autore aveva la coda di paglia, ché negò quasi stizzito, quasi come se non lo avesse mai letto e si lanciò su Maigret. Tatuaggio, tuttavia non fu un successone, che arrivò con il terzo romanzo. Da qui sapete tutto su quell'uomo dal grande ego che teneva a bada con naturalezza, dal talento immenso, dalla lucidità di analisi straordinaria quanto la sua generosità.

Ma non sapete, forse, abbastanza, del progetto che traspare da tutta la serie poliziesca, quella meno amata dall'autore e adorata dal pubblico. E adesso vi tocca un poco di critica.

Il percorso di Montalbán è rigoroso, certo poteva permettersi di scrivere quello che gli pareva e lo ha fatto, ma ogni libro ha aggiunto un elemento alla sua ricerca personale, che è etica ed estetica, sempre schierata. Prendiamo la saga di Pepe Carvalho: in quasi trent’anni il detective è invecchiato accompagnando il lettore lungo il cammino di una società impegnata a imparare la libertà, la democrazia ambigua della Transizione. Che nessuno ha descritto bene come lui: è uno dei rari casi in cui leggendo un romanzo di genere si impara davvero la storia e la critica storica.

Con Tatuaggio Manuel Vázquez Montalbán inaugurò un nuovo realismo critico, che sembra rappresentare il passaggio obbligato di ogni società liberata da un regime totalitario e ansiosa di metterlo in prospettiva. Questa forma di letteratura testimoniale avrà un grande seguito in Spagna, quasi il romanzo d'inchiesta fosse il solo strumento adatto a fondare un nuovo genere di scrittura - coerente con la nuova estetica espressa da ogni campo creativo - che si evolve contemporaneamente alla società. Così l’autore di Carvalho anticipava una tendenza continentale.

E di certo ignorate, quindi lo sottolineo perché le siamo tutti debitori, che la pubblicazione in Italia di Manuel Vázquez Montalbán si deve a Hado Lyria, sua vecchia amica, donna ostinata e indomabile.

Nel frattempo, dopo l'uscita di La bella di Buenos Aires , Feltrinelli pubblicherà il 20 novembre Luís Roldán, né vivo né morto, un altro Carvalho che si prospetta all'altezza.

di Antonella Viale

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