Magazine Giovedì 17 ottobre 2013

Addio a Luigi Bernardi. Editore, scrittore e grande intellettuale

Magazine - È a Luigi Bernardi che dobbiamo la scoperta del grande noir francese, italiano e internazionale, senza le sue avventure editoriali eroiche, iniziate trent'anni fa, chissà quando sarebbero emersi alcuni grandi autori che non elencherò, ma potrete trovare facilmente su Wikipedia. Come troverete i primi manga importati in Italia, i fumetti francesi preziosi, la riscoperta della Pimpa e di Lupo Alberto...

Non ho il coccodrillo pronto (non ne preparo mai), anche se la morte era lì sospesa ed è arrivata ieri mattina, a un anno preciso da questa frase in chat: «La paura è passata, comincia la guerra e sono bene armato». La riporto perché un poco lo descrive: un grande intellettuale, coraggioso, burbero e generoso come vuole lo stereotipo. Ma che ci posso fare se era proprio così?

Ah, non so perché, Wiki non citi la cofondazione e codirezione della collana Stile libero noir di Einaudi, che mi serve qui per quelli che hanno la puzza sotto il naso e leggono solo quando vengono nominate le grandi case editrici. A me invece non frega niente, la penso come lui: «No, io non mi laureerò mai, è un impegno che ho preso con me stesso quando, nel '77, abbandonai filosofia a sei esami dalla fine».
E anche qui c'è una bella parte della filosofia del Bernardi, sostanza e non apparenza: al pezzo di carta preferì l'avventura. E, come gli eroi dei manga, ha combattuto soprattutto battaglie perse.

Voglio descrivere uno dei più grandi editoriali italiani, che sapeva individuare i talenti con un anticipo spaventoso sui tempi del Paese e dei lettori -e questo non gli ha giovato- uno che sapeva tutto il necessario sulla pubblicazione dei libri secondo una logica molto precisa e pensata, non basata sul fatturato. Luigi Bernardi ha segnato trent'anni di editoria italiana, non c'è ruolo in quel mondo che non abbia ricoperto.

«Con Luigi Bernardi» dichiara Sergio (Alan D.) Altieri, scrittore e ex direttore del Giallo Mondadori «i libri e gli editori italiani hanno perso un pilastro, un uomo che è stato un punto di riferimento per trent'anni. E anch'io l'ho perso».

Sergio Altieri è un uomo riservato come lo era Bernardi, l'ultima frase sorprende, perché lascia trasparire un dolore che è di tutti. Un dolore silenzioso, condiviso sui social a mezze frasi, quasi da iniziati, status scritti senza nomi, tanto ci si capisce.

Ho sentito anche Tecla Dozio, la padrona della Libreria del giallo di Milano (altro pilastro perduto) che ora fa la direttrice editoriale della collana di noir italiani da Todaro: «Ha solo precorso i tempi,» ha detto, «era in anticipo e l'Italia non era pronta, ma è stato lui a portare tutti i grandi. Era un genio».

Era un uomo che credeva nella narrazione nel senso più alto del termine, nel fatto che i libri debbano raccontare delle storie in cui ci sono dei personaggi, dei conflitti e la risoluzione dei conflitti. C'era anche attenzione al sociale, ma prima veniva la storia. Aveva insegnato a scrivere a un sacco di autori importanti, era un grande editor e aveva scritto anche lui, romanzi minimalisti e claustrofobici per i quali sicuramente vorrebbe essere ricordato più che per le geniali avventure nell'editoria.
Ma, come accade ai grandi docenti, spesso dimenticava le regole che insegnava, così ci ha lasciato dei bei libri, delle lezioni di scrittura impeccabile in forma di romanzo, ma non i capolavori che è stato capace di scovare e pubblicare. Bernardi è da leggere per imparare a scrivere.

E questo lungo addio è stato scritto per colmare le lacune delle brevi pubblicate dai media non specializzati, per tentare di descrivere l'uomo e invitare i lettori veri a mettersi a caccia delle imprese epiche di Luigi Bernardi.

di Antonella Viale

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