Concerti Magazine Sabato 22 giugno 2002

Hostsonaten Acoustic Orchestra

Magazine - Atmosfere rilassanti e sonorità alternative il 21 giugno alla di Via XX Settembre.

Suonava l’Hostsonaten Acoustic Orchestra ovvero una delle ultime incarnazioni creative nate dall’ex Finisterre Fabio Zuffanti che, dopo la parentesi parallela Prog (tuttora attiva) della Maschera di Cera, s’è cimentato in un repertorio unplugged insieme ad alcuni compagni di strada.

L’Hostsonaten Acoustic Orchestra ha presentato quasi per intero l'ultima fatica, Springsong in formazione ridotta rispetto a quella del CD, tanto che la bravissima oboista Antonella Trovato ha dovuto sostenere ogni sezione melodica attribuita ad altri timbri non presenti (sax e violino).
I musicisti, orbitanti attorno alla galassia Finisterre, hanno dimostrato affiatamento e misura nella resa sonora dei brani, denotando anche una professionalità e una puntualità tecnica di buon livello. Pregevole il drumming di Federico Foglia: raffinato, mai sopra le righe e ricco di fantasia, abile nel sapere colorare una materia percussiva senza scadere in una prevedibile ripetitività; insomma un batterista che sa anche essere un percussionista.
Se Stefano Marelli ha curato in prevalenza gli assoli chitarristici, Fabio Zuffanti con la sua acustica ha svolto il ruolo di collante ritmico per tutto l’ensemble. Importanti gli interventi al piano e al moog del tastierista Agostino Macor che, da abile polistrumentista, ha suonato anche il mandolino.

Tra i brani vanno segnalati la lenta ed evocativa In the open fields, l’arabeggiante The underwater and 2nd reprime e Evocation of Spring in a fast dance, un vero e proprio tuffo nelle ritmiche mediterranee del flamenco.
Hostsonaten ha il pregio di offrire una proposta musicale piacevole, orecchiabile ma non per questo piatta e banale; i loro brani vivono tanto sulla vivacità ritmica quanto su soluzioni armoniche impreviste (quanti bei campi di tonalità…). È musica che ha ascoltato altra musica (le Orme di Florian, le immagini acustiche jazz dei Perigeo, l’estro dei Café Penguin Orchestra, il filone etnico, la classicità tout-court…), l’ha divorata e, poi, ne ha creata una sua. Un tentativo da seguire con attenzione e da non sottovalutare. Progressivi, certo, ma con il coraggio di superare la frontiera.

Riccardo Storti

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